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L’artista Lino Leggio parteciperà con diverse opere all’iniziativa “Natale al Sud - Il viaggio"

Natale si colora d’arte nella Locride grazie all’iniziativa “Natale al Sud – Il viaggio”, rassegna natalizia che farà tappa nelle piazze dei comuni di Sant’Ilario, Martone, Stignano, Benestare, Ciminà e Caulonia dal 23 al 30 dicembre, a partire dalle ore 17.30.​

In questo contesto il maestro Lino Leggio esporrà diverse opere, pensate per dialogare con l’atmosfera suggestiva degli allestimenti e per offrire ai visitatori un percorso visivo tra tradizione e contemporaneità, rafforzando il messaggio di pace e incontro tra i popoli richiamato dal tema della manifestazione.​

Le tappe interesseranno, in particolare, Piazza Garibaldi a Sant’Ilario (posticipato al 2 gennaio 2026), Piazza Matteotti a Martone (26 dicembre), Piazza Municipio a Stignano (27 dicembre), Piazza Municipio a Benestare (28 dicembre), Piazza XX Settembre a Ciminà (29 dicembre) e Piazza Seggio a Caulonia (30 dicembre), coinvolgendo l’intero territorio in un’esperienza condivisa di festa e partecipazione.

La presenza delle opere di Lino Leggio arricchirà ulteriormente l’offerta culturale dell’evento, valorizzando il dialogo tra arte, comunità e spiritualità natalizia e contribuendo a promuovere l’immagine della Locride come luogo di accoglienza, creatività e bellezza.

  • Galleria fotografica delle opere artistiche di Lino Leggio

Pastorizia e paesaggio ad Africo: presentazione del Libro "Greggi d'Aspromonte"

Presentazione Greggi d'Aspromonte

Domenica 14 dicembre 2025, il Centro Polifunzionale di via Matteotti ad Africo ha ospitato la presentazione del libro "Greggi d'Aspromonte. Pastorizia e Paesaggio ad Africo", un evento promosso dal Comune di Africo in collaborazione con la Newcastle University sui temi della pastorizia e della sostenibilità nei paesaggi aspromontani.

Dopo i saluti istituzionali del sindaco Dott. Domenico Modafferi e della vice presidente della Pro Loco Africo Giuseppina Modafferi, la mattinata si è articolata in una serie di interventi che hanno affrontato il rapporto tra attività pastorali, territorio e memoria collettiva. Il ricercatore Francesco Carrer ha illustrato un progetto interdisciplinare dedicato alla pastorizia e alla sostenibilità nei paesaggi dell'Aspromonte, mentre Francesco Trimboli si è concentrato sull'architettura dello spazio pastorale, mettendo in luce come stalle, recinti e manufatti tradizionali contribuiscano a definire l'identità del territorio.

Bruno Palamara ha parlato della pastorizia ad Africo, raccontandone pratiche, trasformazioni e potenzialità di sviluppo locale. Leo Stilo ha approfondito le pratiche pastorali, raccontando della propria infanzia, le sofferenze e le emozioni durante le varie attività con il papà Francesco in particolare quelle legate allo "Stazzu". Domenico Malaspina e Demetrio Orlando si sono soffermati sulle antiche strade dell'Aspromonte e i percorsi storici che hanno favorito per secoli la mobilità delle greggi e gli scambi tra comunità. Durante l'intervento è stato proiettato un bellissimo video con i percorsi e i paesaggi mozzafiato dell'Aspromonte.

Ha chiuso il programma l'intervento di Alfonso Picone Chiodo, dedicato ai toponimi come "segni dell'uomo": i nomi dei luoghi legati alla pastorizia sono stati letti come tracce della presenza umana e della stratificazione culturale dell'Aspromonte.

L'incontro ha rappresentato così un'importante occasione di confronto tra mondo accademico, istituzioni e comunità locale, confermando il valore di un patrimonio fatto di paesaggi, saperi e relazioni antiche tra uomo e montagna, e sottolineando come la memoria e le conoscenze tradizionali rimangono fondamentali per la crescita sostenibile del territorio.

Presentazione video greggi l'Aspromonte Africo

Libro Greggi d'Aspromonte

Ne parlano su altri siti:

  • Unirc.it
  • Reggiotoday.it
  • Veritasnews24.it

Per acquistare:

  • www.amazon.it

 

In allegato una relazione della giornata curata da Bruno Palamara

 

Dal sogno alla scena: i talenti di Bianco e Africo che volano dall’A.Jo.D ai palcoscenici d’Italia

Anna Scuruchi e Domenico MorabitoQuando i sogni si inseguono con passione possono diventare realtà. È ciò che sta succedendo a due allievi (ormai ex allievi) della scuola di danza A.Jo.D (Associazione Jonica Danzatori) di Bianco ,un piccolo centro della costa jonica Reggina, diretta dal maestro Natale Nucera.
I loro nomi sono, Anna Scuruchi e Domenico Morabito. Hanno frequentato gli stessi corsi fin da quando avevano 5 anni, fino a conseguire dopo una accurata audizione, che ha visto partecipare centinaia di ragazzi, l’ammissione di Anna Scuruchi giovane promettente di Bianco, all’Accademia Nazionale di Danza di Roma , nel corso triennale di tecnica compositiva e Domenico Morabito un altro talento promettente di Africo alla TMA (Torino Musical Accademy), dove già si stanno facendo notare per disciplina e bravura. Due allievi della scuola A. Jo.D che sotto la cura attenta del loro maestro Natale Nucera hanno saputo coltivare e crescere insieme la loro passione . Nella speranza di vedere a breve i loro risultati nei più importanti teatri, gli facciamo il nostro più caloroso e grande in bocca al lupo per tutti i loro traguardi futuri.

Anna Scuruchi e Domenico Morabito Anna Scuruchi e Domenico Morabito

Africo e Casalnuovo, un sogno ancora incompiuto

Erano, per Africo, i tempi della ricostruzione fisica e morale gli “anni cinquanta-sessanta” del secolo scorso. Parafrasando Massimo d’Azeglio, che nel 1861 lo disse, riferendosi all’Italia, appena unificata, nel nostro caso “fatto Africo”, appena ricostruito dopo la disastrosa “Alluvione del ’51”, bisognava “fare gli africesi!” 

Per capire il senso di quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare solo una nostra banale e insignificante affermazione di rito, diciamo subito che, comunemente, si pensa che nell’“Africo” sia inglobato e racchiuso anche “Casalnuovo”, facendo esaurire nella storia del capoluogo anche quella della sua frazione. Non è così! Quella di “Africo” è, in verità, storia parallela di due ben distinti paesi aspromontani, Africo Vecchio e Casalnuovo d’Africo, i quali hanno avuto ognuno una propria origine, hanno sviluppato ognuno una propria storia, hanno vissuto ognuno un proprio “mondo”.   

Il “problema”, o “equivoco” che dir si voglia, sorge, in realtà, poco più di due secoli fa, precisamente nel 1815, anno in cui Casalnuovo, che apparteneva alla terra di Bruzzano, per effetto della “Riforma napoleonica” del 1806 (“Eversione della Feudalità”), è stato perentoriamente aggregato, oggi diremmo meglio, forzatamente annesso al Comune di Africo, dal quale, in verità, ha per lunghi anni cercato, inutilmente, di affrancarsi. 

E’, quindi, Casalnuovo, rimasto per sempre “frazione” del Comune capoluogo, facendosene, inconsciamente, un “cruccio”, di cui ancora oggi rimane evidente traccia. In realtà, in quel 1815, con quella decisione “calata” dall’alto, venivano, controvoglia, “accomunati” due mondi lontani e separati, due “popoli” storicamente agli antipodi per modo di pensare, di vivere, di badare alla vita, due paesi sempre in cagnesco tra di loro, moderni guelfi e ghibellini di fiorentina memoria, dimostrato anche dai reciproci epiteti con cui, sarcasticamente, si definivano tra loro, tignanisi, (“malati di tigna”,“ostinati”, “testa dura”) gli abitanti di Casalnuovo,  “fricazzani” (termine dispregiativo di “Africoti”) gli abitanti di Africo Vecchio.

Erano divisi nella linguaggio: diverso il loro “modo di parlare”, la cadenza e la intonazione vocale che hanno, nel tempo, generato quella che gli esperti chiamano “sinecia linguistica”, ovvero quel dualismo lessicale di cui alla differenza tra “kiddu” e “kil’l’u”. 

Erano differenti per origine: la stessa casistica cognominale, soprattutto nei cognomi storici più rappresentativi della popolazione, mette in evidenza e testimonia la loro diversa ascendenza: greca per Africo (Criaco = Kyriacòs, “devoto al Signore”, Romeo = Rhomaios, “pellegrino”, “cittadino di Roma”, araba per Casalnuovo (Morabito = Muràbit, “uomo pio”, Modaffari = Muzaffar, “il vittorioso”, Talia = Talyi, sentinella). 

Erano separati in campo ecclesiale: pur operando in un unico comune, costituivano, fatto unico in Italia, due parrocchie diverse, appartenendo l’una, la parrocchia “San Salvatore” di Casalnuovo, alla Diocesi di Gerace, l’altra, la parrocchia “San Nicola Pontefice” di Africo, a quella di Bova. 

Erano diversi, e contrapposti,  i loro stessi “Patroni”:  “San Leo” (“’u fricazzanu”) ad Africo, “San Salvatore” a Casalnuovo, per cui ciascuna Comunità celebrava, come ancora oggi celebra, al meglio, il “suo” Santo protettore. 

Unico e solo gesto amichevole che la Storia menziona del loro non idilliaco rapporto, peraltro accaduto in epoca in cui i due paesi erano ancora autonomi, è stato l’aiuto che, spontaneamente, Casalnuovo portò agli “africoti”, quando un esercito di volteggiatori francesi nel febbraio del 1807 assalì e saccheggiò Africo. I “tignanisi”, senza batter ciglio, intervennero in massa in favore dei loro vicini, contribuendo alla sonora cacciata degli invasori francesi.

La disastrosa alluvione del ’51 aveva distrutto i due paesi, li aveva fisicamente prostrato e  moralmente annientato, costringendoli ad un biblico esodo durato più di un decennio fino alla “unificazione” nel paese nuovo, il paese “moderno”, “Africo Nuovo”, il paese pensato e costruito ai sensi della Legge 10 gennaio 1952 n. 9, per essere unico contenitore delle due popolazioni.  

Africo Nuovo nel 1959

In verità, l’“unificazione” non era né cercata né desiderata. Soprattutto, gli “africoti” hanno fin dall’inizio osteggiato con tutte le loro forze l’idea di una comune e duratura convivenza nello stesso paese, non volendosi, assolutamente, “mescolare” con il popolo casalinovito. 

Emblematica, a tal proposito, è la lettera-appello che una Commissione, formata da un consistente numero di capi-famiglia “africoti”, presenta al Commissario prefettizio del Comune di Africo il 3 marzo 1955, epoca in cui Africo Nuovo vive già i suoi primi due anni di vita e Casalnuovo si trova ancora nel “Centro profughi” di Bova Marina in attesa di una non ancora precisata sistemazione futura. 

In questa lettera la Commissione, in merito alla paventata ricostruzione di Casalnuovo in quel di Africo Nuovo, chiede con forza, a nome di tutti gli “africoti”, che “trattandosi di popolazione di differente carattere e idee con la quale non è mai andata d’accordo, i suoli da assegnare alla popolazione di Casalnuovo siano lontani da quelli di Africo non meno di un chilometro e ciò sempre che non sia possibile  evitare che i Casalnovesi non vengano affatto alla zona di Bianco”. 

Le  Autorità competenti non ascoltano questo altisonante “grido di dolore” degli “africoti”: Casalnuovo viene costruito nello stesso sito di Africo e nei primi “anni sessanta” tutta la popolazione di Casalnuovo, dopo una decennale, e sofferta, permanenza a Bova Marina, viene, definitivamente, dislocata nel nuovo centro di Africo Nuovo. 

Le baracche svedesi al centro di Africo Nuovo 1962

La ripartizione strutturale del paese (che errore macroscopico!), verso la marina gli “africoti”, verso la montagna i “tignanisi”, divisi e separati dalle mitiche “baracche svedesi”, oggi Villa comunale, fungenti quasi da virtuale barriera impenetrabile, come vero e proprio “muro di Berlino” tra loro, purtroppo, non faciliterà per nulla l’integrazione e l’amalgama fra le due Comunità, perché non fa altro che spingere ognuna a continuare a vivere ancora secondo le proprie particolari consuetudini senza alcuna interconnessione tra le parti, “da separati in casa”.

Africo Nuovo nel 1970

Nessuno ha l’umiltà di avvicinarsi all’altro nè di rinunciare a qualcuno dei propri “miti” per accettare quello dell’altro, ognuno si è arroccato in se stesso, continuando a vivere come se l’altro non esistesse, l’uno ha sempre visto nell’altro un “rivale”, un antagonista, quasi un “nemico”.          

Per avvalorare questo concetto, noi portiamo la nostra personale testimonianza, noi che abbiamo la presunzione di pensare di aver saputo superare, brillantemente, lo steccato che ha sempre diviso le due popolazioni. La nostra famiglia, che apparteneva alla Comunità di Casalnuovo, di stanza momentaneamente al “Centro-profughi” di Bova Marina, il cosiddetto “Seminario”, è stata una delle prime nel dicembre 1955 ad essere trasferita ad Africo Nuovo, dove già a partire dal 29 giugno 1953 era convenuta la quasi totalità della popolazione “africota”, dislocata negli “alloggi Marino” e nelle “baracche svedesi”, così chiamate perché donate dal governo scandinavo all’“Africo alluvionata”.  

A noi è stata data una palazzina dietro la Chiesa mescolata in mezzo agli “africoti”. Si era nel 1955 e cominciavo a frequentare la Scuola Elementare (a proposito, che peccato averla negli anni novanta demolita, cancellando un importante pezzo di storia africese!). Ricordo la rivalità tra noi bambini di allora, i compagni “fricazzani” delle “Elementari” Salvatore, Pietro, Leo e Paolo Criaco, Peppe Favasuli, Ciccio, Bruno e Lelè Stilo, Bruno Versaci, il caro maestro Salvatore Stilo.

La vita in comune, il mio “vivere” in mezzo a loro, il “guerreggiare” con loro mi hanno aiutato a comprenderli e ad essere compreso, sicuramente ad “avvicinarmi” a loro. Sono così cresciuto con la consapevolezza di appartenere ad “Africo Nuovo”, un paese “nuovo”, proiettato verso un futuro sicuramente più roseo, affrancandomi da tutte le incrostazioni campanilistiche che, da “tignanisi”, mi portavo addosso, e facendomi divenire “africese” nel senso più intrinseco e sostanziale del termine.

“Africo Nuovo” nel 1962 accoglie al suo interno le due popolazioni, le quali, inconsciamente, si portano appresso tutte le divisioni culturali e ambientali di una volta che, ovviamente, ostacolano fin dall’inizio ogni tentativo di integrazione, a dispetto di iniziative personali o contingenti (circoli culturali misti, proteste e scioperi sindacali comuni). Ognuno tende a mantenere la propria identità storico-culturale, come dimostra l’ostinato ostracismo, perdurato sino alla fine degli “anni sessanta”, ai matrimoni misti tra “africoti” e “tignanisi”, come se si volesse evitare ogni possibile contaminazione fra le parti.

Manca in questo periodo l’intervento diretto delle varie amministrazioni comunali che, nel tempo, si sono succedute e alternate, le quali, forse perché “prese” dai tanti problemi che attanagliano la popolazione tutta, non hanno mai avviato una vera e mirata politica di integrazione civica tale da uniformare le due cittadinanze e renderle una sola, unitaria Comunità.      

In questo contesto, è lo sport, totalmente sconosciuto ai nostri padri, che si rivela un importante e iniziale anello di coesione, primariamente fra i giovani. Soprattutto, il calcio ha il merito di avvicinare le due sponde giovanili, facendole crescere insieme e cementando il loro bisogno di comunanza. Prima la strada e la piazza, poi il campo sportivo, di proprietà dell’Istituto “Serena Juventus”, diventano protagonisti della giornata dei ragazzi africesi che si dimenano tra tornei cittadini e campionati juniores, in nome di un comune senso di appartenenza alla stessa comunità. Chi tra gli sportivi non ricorda ancora con affetto la “Josalita”, la “Folgore”, l’“Ausonia”, la “Leonida” e poi ancora l’“US Africo”, la “Giovanile” dell’epoca, di cui ancora oggi rimane indelebile memoria?    

Ma è sulla scuola che si pongono le maggiori aspettative per una radicale cambiamento socio-culturale che ponesse al primo posto l’uniformità paesana. I nostri padri, provenienti da un ambiente povero e non acculturato, prendono coscienza che solo la scuola può portare ad una vera e concreta emancipazione economica, sociale e culturale della popolazione. Il diploma diventa così l’obiettivo principale dei giovani dell’epoca, segno e speranza di rinascita, locomotiva per il loro futuro, come poi, in effetti, avverrà. 

In questa prospettiva arriva, inaspettato, il primo, grande segnale di cambiamento, una sana ventata di novità per un paese: la donna che studia e si accultura. E’ lo snodo, il punto di svolta e di non ritorno, dal quale spicca il volo l’emancipazione della donna africese, il suo affrancamento da un passato che l’ha vista sempre soccombente, bandendo per sempre quell’atavica e millenaria norma di romana memoria del “domi mansit et lanam fecit!” (“rimase a casa e filò la lana!”), che voleva la donna dedita solo alla famiglia e ai lavori di casa. 

Questa “rivoluzione copernicana”, che ribalta i dettami di una ancora presente mentalità patriarcale, vede, plasticamente, la sua concreta rappresentazione nel febbraio 1978, quando, per la prima volta, in  Africo Nuovo, una donna, giovane, moderna e acculturata, viene, inaspettatamente, chiamata a dirigere il locale “Ufficio di Collocamento”, storicamente, e ambientalmente, patria e “simbolo” del potere maschile patriarcale, una vera e propria “bomba” per un paese come il nostro, tradizionalmente rivolto ancora al passato. La “Collocatrice”, come all’epoca veniva, da tutti, affabilmente chiamata, diviene “emblema” e “apripista” nel processo dell’emancipazione femminile africese, mirante al raggiungimento della parità di genere e della indipendenza economica, come, effettivamente, sarà raggiunta poi nel giro di qualche decennio.

In questo contesto mi è, personalmente, caro menzionare quello che ai posteri è pervenuto come il “treno delle sette”, la mitica littorina che, giornalmente, riversava nei grandi centri della Locride una grande massa di studenti africesi vogliosi di intraprendere quel percorso formativo-culturale che nello spazio di qualche decennio li avrebbe catapultati nell’aspirato e variegato mondo delle professioni, un mondo del tutto assente nei nostri due vecchi paesi, caratterizzati com’erano dalla totale mancanza di classi sociali. 

Saranno  gli “anni ’70” a “regalare” ad Africo Nuovo i primi medici “fatti in casa”, i primi avvocati, i primi ingegneri e architetti, i primi professori di ruolo, andando a colmare, finalmente, quel “gap” socio-culturale che ha, negativamente, segnato la sua storia fino agli anni del secondo dopoguerra. 

Gli anni seguenti, anni di “fine millennio”, saranno tempi difficili, anni di lotte e di protesta, anni di sfrenato sindacalismo e di vero e sentito idealismo politico che porteranno il paese a vivere una positiva e importante fase di cambiamenti strutturali dal punto di vista occupazionale e sociale (stazione, lavoro forestale montano, delimitazione territoriale . . . ). Col tempo “gli africoti che odiano il mare”, “gli zingari dell’alluvione”, come, beffardamente, verranno definiti da Corrado Stajano in un suo libro-inchiesta del 1981, riusciranno ad emergere dal triste grigiore in cui il paese ha vissuto per secoli in Aspromonte.     

I giovani troveranno lavoro nel “Corpo Forestale dello Stato”, molti si inseriranno nella Pubblica Amministrazione, altri ancora andranno ad operare massicciamente nella Scuola, nello spazio di qualche decennio il paese, dal punto di vista economico e sociale, effettuerà “passi da gigante”, straordinari e inimmaginabili solo qualche decennio prima. 

Ma, ahimè, in fatto di coesione e integrazione nella sua globalità il passo sarà alquanto lento e non altrettanto fruttuoso, e, questo, già alle soglie del Duemila, deluderà grandemente le aspettative di quanti, come noi, pensavano o, almeno, auspicavano che, col tempo, grazie anche alla massiccia alfabetizzazione che ha interessato la quasi totalità della popolazione e ai tanti matrimoni misti, le due antiche comunità si sarebbero pian piano fuse in una sola.

Oggi dopo un quarto di secolo dall’inizio del terzo millennio, dobbiamo, purtoppo, registrare che quel processo, iniziato sei decenni fa negli anni sessanta, è ancora “in itinere”: serpeggiano e resistono ancora atteggiamenti ed eventi che richiamano alla memoria l’antica rivalità paesana. Ci vengono alla mente, tra gli altri, i festeggiamenti “da accesa tifoseria” per le due ricorrenze dedicate ai propri antichi rispettivi Patroni, San Leo (12 maggio) e San Salvatore (6 agosto), e, soprattutto, la nuova toponomastica, in gestazione da qualche decennio, che, però, tarda a vedere la luce per un viscerale disaccordo su nome di alcuni personaggi del paese meritevoli di essere onorati con una Via  o una Piazza a loro dedicata. 

Ecco, la realizzazione di una moderna toponomastica che abbracciasse anche i nomi più “chiacchierati” del panorama storico-politico del paese, sarebbe, per noi, il modo migliore e più decoroso per sigillare quella “pace o concordia sociale”, alla quale, inconsciamente, ambivamo tutti negli anni della ricostruzione. Si chiuderebbe, finalmente, un’antica e astiosa polemica per un paese che sembra avere timore di celebrare e tramandare ai posteri i suoi figli più meritevoli.

Saranno, allora, le future generazioni, emancipate e “sfrondate” da ogni reminiscenza o  traccia del passato, mandando, definitivamente, in soffitta l’“africoto” e il “tignanisi”, ad assaporare il dolce gusto della “africesità”: sarà nato, in quel tempo, l’“africese”, come auspicava quel nostro motto iniziale (“fare gli africesi!”), carico di promesse e di speranze, finalmente avveratesi! 

25 Novembre 2025

Bruno Palamara
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Le prime due parti dell'articolo pubblicate su metis

  • https://www.metisonline.org/2025/11/28/africo-e-casalnuovo-lunificazione-forzata-di-due-mondi-diversi/
  • https://www.metisonline.org/2025/12/05/integrazione-e-rinascita-ad-africo-nuovo/

 

Concetta racconta l’alluvione del ‘51 che ad Africo provocò 67 morti

Concetta Palamara

Quanti paesi, quante vite di famiglie e di persone ha segnato l’alluvione del 1951 in gran parte della Calabria. Se ne parla ancora perché rimangono visibili i segni, non solo nei centri colpiti, ma anche e soprattutto nell’animo delle persone rimaste in vita e che ricordano quei giorni di pioggia devastante.  Si contarono 67 morti nella Locride: Platì, Careri, Caulonia, Casalnuovo, Africo e tanti altri piansero i loro morti. Gli effetti devastanti portarono inoltre al trasferimento di alcuni paesi distrutti dalla violenza della pioggia (tra questi Natile, Canolo, Africo e Casalnuovo). Tra le tante vicende raccontate, c’è un aspetto da non trascurare, riguarda le migliaia di persone che abitavano fuori dai centri abitati, nelle contrade e nelle campagne, per lo più pastori e contadini.

LA TESTIMONIANZA DI CONCETTA PALAMARA SULL’ALLUVIONE DEL '51 CHE TRAVOLSE AFRICO

Siamo andati a trovare la signora Concetta Palamara, classe 1928, nella sua casa di Africo Nuovo, accompagnati da uno dei suoi figli, Angelo Gligora, docente di lingue in pensione. «La mia famiglia era di Casalnuovo – inizia a raccontare la signora- ma vivevamo a Scrisà, ai piedi del monte Scapparrone, vicino a Motticella. A Casalnuovo non c’erano molti terreni fertili per i lavori di campagna e come tante altre famiglie vivevamo più a valle, nelle campagne».

LA FUGA E L’APPRODO AD AFRICO NUOVO

Ricorda gli stenti, la quotidianità povera ma dignitosa, ricorda l’abitazione composta da due stanze, il forno e una stalla. Anche la famiglia della giovane Concetta, allora ventitreenne, fu sfollata: «Ci portarono a Bova, al Seminario, dove ritrovammo tanti altri compaesani». E a Bova, l’anno dopo si sposò con il giovane Leo Gligora. «Siamo venuti ad abitare nel nuovo paese, Africo Nuovo, nel 1955. Fummo tra i primi ad avere assegnata la casa, alle Baracche Svedesi».

Una casa comoda dove la famiglia che si è arricchita di cinque figli, diventati tutti professionisti, ha potuto condurre un’esistenza migliore e vivere senza le privazioni di un tempo, ma quell’alluvione ha continuato lo stesso a lasciare il segno. La mancanza di lavoro ha indotto il marito di Concetta a prendere la valigia, come hanno dovuto fare tantissimi altri, e ad emigrare in Germania dove ha fatto il ferroviere. «Io e i figli siamo rimasti qua – racconta accora la signora Concetta – solo una volta sono andata in Germania, per poco tempo, poi la vita l’ho trascorsa qui, badando ai figli».

IL RAMMARICO DELLO STUDIO

Sul tavolo del salotto ci sono dei quaderni che la signora riempie ogni giorno con la sua bella calligrafia, li fa vedere e poi torna a raccontare della sua infanzia a Scrisà, le serate trascorse ad ascoltare i racconti dei grandi: «Mi piaceva andare a scuola, dovevo fare un bel pezzo di strada per raggiungere Bruzzano Zeffirio, il maestro era di Caraffa del Bianco, Giuseppe Barletta, diceva che ero portata per lo studio, ma non c’erano le condizioni per proseguire, così ho fatto quello che facevano le altre mie coetanee, badavo alla casa ed in più ho imparato a cucire i vestiti, lo facevo non solo per i miei, ma anche per altri che me lo chiedevano». Non sa rispondere a come sarebbe stata la sua vita senza quell’alluvione, di certo è stata incanalata su un percorso non pensato, imprevedibile. Otto anni fa suo marito è morto, lei viene accudita amorevolmente dai figli e da una badante che non la lasciano mai sola. La storia di Concetta Palamara è simile a quella di tanti suoi paesani, di Africo e di Casalnuovo, alcuni hanno perso di più, altri di meno e salutandoci dice: «Non sempre possiamo disegnare noi il nostro destino».

Articolo e foto tratte interamente dal sito www.quotidianodelsud.it/ del 17 novembre 2025

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