Ritagli di Giornale

 

 

Troppi casi di tumore nell'area di Africo - Gianfranco Marino

Il pane di africo - Giorgio Amendola

Africo e Casalnuovo, fascino antico - Gianfranco Marino

Nel Web arriva Africo.net - Gianfranco Marino

Africo, emblema della disperazione - Tommaso Besozzi

Africo:dizionario dialettale e altre curiosità... - Il tribuno

Africo, abitanti allarmati: «Troppi casi di tumore»

Fotogrammi di vita di "gente d'Aspromonte" - Gianfranco Marino

Tra i tortuosi tornanti dell’Aspromonte - Domenico Logozzo

1948 - La scuola elementare di Africo in "Parallelo 38"

Ad Africo troppi casi di tumore - Gianfranco Marino

S. Leo d'Africo - Mons. Bregantini

Serata di poesia organizzata da Nuovi orizzonti e Africo.net - Vernacolo per riscoprire le radici

Nel paese della gente con gli occhi neri

Inaugurato ad africo alla presenza dell'amministrazione comunale il nuovo ingresso del paese

Poeti in piazza ha aperto ufficialmente il cartellone degli eventi programmato per l'Estate africese 2007 dal Circolo Nuovi Orizzonti

«Via quel relitto dalla costa»

Nella rete Africo ieri e oggi - Si rinnova il portale del borgo

 


il Quotidiano - Mercoledì 17 gennaio 2007

Allarme di Criaco

TROPPI CASI DI TUMORE NELL'AREA DI AFRICO

di Gianfranco Marino


AFRICO - Salute pubblica e contrasto dell'inquinamento. A puntare il dito su questi e su tanti altri problemi che affliggono Africo e l'intera locride è il presidente dell'Associazione culturale Nuovi Orizzonti di Africo Domenico Criaco. Già qualche giorno addietro proprio Criaco aveva ribaditola necessità di costituire un comitato per la salvaguardia della salute pubblica e la tutela del cittadino. Anche in quella occasione veniva fatto cenno ai tanti problemi che affliggono Africo e la locride più in generale, con particolare riferimento al problema viabilità. "Si parla di ponte sullo stretto - dice proprio Criaco - quando siamo ancora agli albori del trasporto su gomma. Per noi il vero ponte sarebbe quello verso il progresso".
"Purtroppo - prosegue Criaco - la nostra non è una presa di posizione solo nei confronti dei problemi infra strutturali, visto che ve ne sono altri di portata ancora più rilevante. Il problema della salute pubblica è senza dubbio irrimandabile e innegabile. L'incredibile incidenza di morti per tumore ad Africo ed in tutta la locride ci impone delle domande serie e soprattutto impone a chi di dovere di dare delle risposte concrete in termini di lotta all'inquinamento, da quello elettromagnetico a quello ambientale".
"È innegabile - continua - che la fiumara La Verde, in alcuni punti, è ormai da tempo trasformata in discarica a cielo aperto, senza che vi sia alcun controllo e senza che nessuno si interessi di effettuare una bonifica lasciando immutata una situazione potenzialmente esplosiva in termini di rischi per la salute".
"Tempo fa - continua Criaco - come Associazione Nuovi Orizzonti, abbiamo lanciato l'idea della formazione di un comitato per la salvaguardia dei cittadini, un comitato che si faccia portavoce delle istanze di tantissima gente ormai avvilita da una situazione davvero insostenibile. Statistiche alla mano, Africo sembra essere nell'occhio del ciclone, calata in una realtà umana e geografica dove le morti per tumore crescono esponenzialmente. Alo stato attuale - conclude Criaco - stiamo lavorando per unire le forze, cercando di sensibilizzare la gente su un problema che va affrontato con estrema serietà e tempestività".


il Quotidiano - Venerdì 2 settembre 2005

A Casalinuovo d’Africo si aspetta il restauro della chiesa andata distrutta come il borgo dall’alluvione del 1951

TRA I TORTUOSI TORNANTI DELL'ASPROMONTE

di Domenico Logozzo

Le foto ingialliscono, la memoria no. Le impaurite ragazzine e i frastornati bambini dei primi Anni Cinquanta, oggi sono le nonne ed i nonni determinati, che non vogliono dimenticare, che non dimenticano le radici e chiedono ancora, con forza e devozione, il restauro della Chiesa Parrocchiale di Casalinuovo d'Africo, ad oltre mezzo secolo di distanza della disastrosa alluvione che ha ridotto l'intero borgo ad un cimitero di case. «Ce l'avevano promesso, si era impegnato anche il vescovo Bregantini, ma finora non si è fatto nulla», dicono gli anziani che vivono ad Africo Nuovo, dopo il trasferimento dell'abitato, ma di tanto in tanto ritornano in questo sfortunato territorio devastato dalla furia degli eventi atmosferici. Terribile e sconvolgente quell'ottobre del 1951. Pioggia torrenziale durata più di 5 giorni. Danni ingentissimi. Molte vittime nella Locride. Paesi spostati, fiumi deviati. Proprio il vescovo di Locri, quattro anni fa, in occasione del cinquantenario della tragedia aveva rivolto un messaggio ai calabresi perchè non si perda la memoria di un fatto che ha cambiato la vita di molti nostri paesi; tradizioni sconquassate, dall’evento sociale più drammatico di tutto il Novecento, dopo le due guerre mondiali.
A Casalinuovo d'Africo si arriva inerpicandosi sugli

Nel 1951 la pioggia riduce il borgo in un cimitero di case

affascinanti seppur "aspri" tornanti dell'Aspromonte ricco di sensazioni e di straordinarie vedute. Un territorio da valorizzare, non da ghettizzare, come colpevolmente si e' cercato di fare. Troppi pregiudizi, poca serenità nel valutare l'impatto turistico che potrebbe essere positivo e creare nuove opportunità di crescita soprattutto economica. Ma, bisogna sottolinearlo con amarezza, è scarsa la propensione a favorire le condizioni ottimali per rendere produttivo un territorio ricco di risorse tuttora incredibilmente inesplorate. Ecco Bova Superiore, imponente, domina l'azzurro Mar Jonio che si unisce meravigliosamente all'azzurro del cielo per disegnare un quadro che soltanto qui i pennelli della natura riescono magicamente a realizzare. Suggestioni ed emozioni che proseguono attraverso la tortuosa strada che porta verso Casalinuovo d'Africo. Non è un percorso agevole. In alcuni tratti assomiglia ad una autentica mulattiera. E' difficile raggiungere il vecchio borgo. Incuria e immobilismo: qui è tutto un problema. Sistemare una scarpata? Mettere un po' di asfalto? Coprire le buche? Altrove è routine. Qui è difficile. Come è stata sempre difficile la vita dei pastori dell'Aspromonte. «La loro è una vita che bisogna conoscerla per capirla», scriveva Corrado Alvaro. Ma spesso si parla e si giudica senza sapere, e quel che è peggio senza, un minimo approfondimento. II pressappochismo che allontana dalla realtà. Una realtà che da queste parti mostra anche pregevoli aspetti che le forze antisociali non potranno mai cancellare.

E' bello l'incontro con la natura incontaminata. Agli occhi del cronista si presentano scenari straordinari, immagini che la penna fatica a descrivere mentre l'occhio elettronico della "digitale" racconta tutta la verità con efficacia e senza le odiose distorsioni del pregiudizio. La strada si allarga l’uomo l'ha costruita, gli eventi della, natura l'hanno modificata. Ad un certo punto si fonde con un ampio spazio pianeggiante, dove pascolano tranquillamente le mucche. II rumore dell'auto non le turba, ne' gli animali danno fastidio agli automobilisti. Lasciano la via sgombra. Ordinatamente. Si mettono da un lato, osservano e sembrano in posa davanti al fotografo. Scenario senza eguali, come quello che si presenta al visitatore appena arriva a Casalinuovo d'Africo, dopo avere affrontato l'ultimo tratto di strada che è veramente un disastro. L’ultima curva scopre una visione spettrale. E' un panorama di desolazione: centinaia di case distrutte, “bombardate" dall'alluvione. E anche in questo caso l'occhio della "digitale" racconta quello che neanche mille pagine di un libro potrebbero descrivere. E' sconvolgente. Un cimitero di case, dove sono sepolti i ricordi della civiltà pastorale. Pietre, macerie, abbandono. 54 anni dopo la tragedia, quel che resta di Casalinuovo d'Africo è soprattutto la, memoria dei pastori e delle anziane donne che hanno lasciato queste montagne per trasferirsi sulla costa, dove è stato edificato Africo Nuovo. Ma la mente e il cuore sono sempre qui, tra queste montagne. La struggente nostalgia ed il bisogno di ritrovare i luoghi di una volta, spinge molti a ritornare per "visite" di qualche ora tra i sentieri tortuosi della vita che nessuna inondazione potrà mai spazzar via. Altri ancora trascorrono lunghi periodi nelle case (pochissime) rese abitabili. II passato che non passa e che addirittura da' uno sguardo significativo al futuro. E sì, su due abitazioni, in contrapposizione allo scenario apocalittico, spiccano i segni più evidenti dei tempi moderni: le parabole satellitari. Immagini che fanno pensare al Montenegro: anche in quei paesi case semicadenti e parabole satellitari. Un modo per sentirsi vivi nel proprio tempo. E' la volontà di non arrendersi, di non far scomparire definitivamente questo borgo aspromontano.

E' l'ora del pranzo. Sono già seduti a tavola l'anziano pastore, la moglie ed il giovane nipote, che in queste giornate d'estate passa le vacanze con i nonni. «Favorite, accomodatevi, mangiate con noi». E in un battibaleno la tavola si allarga e si riempie di ogni ben di Dio. E' il grande cuore calabrese che si apre. Una generosità, che proprio il vescovo Bregantini qualche anno fa aveva raccontato a Enzo Biagi, ricordando un viaggio in treno dal nord verso la Calabria, dove era cappellano nel carcere di Crotone. «Favorite», era stato l'invito che gli aveva rivolto la famiglia di emigranti calabresi che viaggiavano nello stesso scompartimento del religioso e che avevano «apparecchiato il modesto pranzo». Bregantini aveva avuto così il primo incontro con la gente di Calabria che «divide umilmente un pezzo di pane, salame e un bicchiere di vino con il compagno di viaggio appena conosciuto». II senso dell'ospitalità che si tramanda da una generazione all'altra e che sfida il tempo. Non dimenticare. Bregantini, riferendosi all'alluvione del 1951 e constatando che nei mesi precedenti al 50^ anniversario si stava registrando una scarsa partecipazione, aveva citato il passo della Bibbia, che dice: «Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli!» (Deuteronomio 4,9). «Viviamo infatti,

Ridare vita ai luoghi simbolo - del passato calabrese

aveva scritto, rifacendosi al documento dei Vescovi italiani per il prossimo decennio,una scarsa trasmissione della memoria storica... non per ripiegarci sul passato, bensì per trasmetterne lo spirito, pur nel necessario mutare delle forme. Nessuno può saggiamente guardare avanti senza, confrontarsi seriamente con il proprio passato... Se non si attuerà ciò che è in nostro potere per rimuovere l'attuale appiattimento sul presente, non sarà certo facile combattere gli esiti individualistici della cultura in cui viviamo»!

E per trasmettere la memoria storica è anche importante agire per ridare vita a luoghi-simbolo, come la, chiesa Parrocchiale di Casalinuovo di Africo, il Santuario dal grande fascino storico-culturale edificato in onore di San Salvatore, ora in stato di totale abbandono. «Il vescovo ci aveva detto che si sarebbe dato da fare. Avevamo pure tolto un po' di macerie, perché pensavamo ad un immediato avvio del restauro. Che delusione! I lavori promessi non sono mai iniziati», dicono i fedeli che non si rassegnano, sostenuti dalla speranza che si possa concretizzare il sogno degli anziani: riaprire l'edificio al culto e rifare la festa del Santo Patrono come una volta. E il nuovo accorato appello a mons. Bregantini si può sintetizzare con le stesse parole del vescovo, che nel ricordo dell'alluvione aveva visto «emergere il pressante appello all'amore alla nostra terra di Calabria. Non è una terra "vedova", cioè di nessuno... ma una "terra-sposa", perché nostra. Perciò sia curata, seguita, coltivata». Belle parole che "saggiamente utilizzate" possono dare certezze ad una comunità che chiede maggiore attenzione. «La verità e che qui nessuno ci aiuta e le istanze dei cittadini sono sempre tante e continue", si è lamentato qualche giorno fa il sindaco di Africo Nuovo, Maviglia, denunciando «l'abbandono delle istituzioni e la stanchezza di chi non trova i supporti necessari per far crescere la propria comunità». Al grido d'allarme il sindaco ha unito una clamorosa e netta presa di posizione, presentando le dimissioni nella speranza «che i problemi di Africo Nuovo possano finalmente svegliare le coscienze di quanti hanno fatto poco o nulla per aiutare il paese in crisi».

Una realtà complessa con tanti nodi irrisolti che vengono da molto lontano. All'eccezionalità delle situazione si deve rispondere con iniziative eccezionali, così come è avvenuto mezzo secolo fa, quando lo straordinario servizio fotografico-denuncia di Tino Petrelli, pubblicato sull' “Europeo”, impressionò l'opinione pubblica e indusse il governo ad attuare interventi concreti ed urgenti. Immagini-verità che avevano sconvolto gli italiani. Una delle bimbe fotografate allora, Fortunata Bruzzaniti, oggi è una energica nonna di quasi 70 anni e ricorda: «Eravamo tutte impaurite vedendo quell'uomo con quella strana attrezzatura. Non avevamo mai visto una macchina fotografica. Per ottenere la nostra fiducia ci promise "una cosa" che per noi era nuova e misteriosa. State ferme e vi regalo una caramella, ci disse. La più grandicella di noi è scappata e se guardate la foto con attenzione potete scorgere la sua faccia impaurita che spunta da dietro la porta d'ingresso della casa. Una sola caramella che è passata di bocca in bocca, l'abbiamo "provata" tutte le bambine del posto. Che gioia! Che sapore! Eravamo felici, ma così felici che quando poi abbiamo incontrato le bambine di Bova ci siamo vantate: Sapete che abbiamo gustato una caramella?. Piccole, dolci gioie nell'immenso cenario della vita amara dei calabresi degli Anni Cinquanta.


il Quotidiano - Venerdì 15 luglio 2005

Da Africo vecchio a Casalnuovo. Fra casolari e ruderi riaffiorano i ricordi

FOTOGRAMMI DI VITA DI “GENTE D’ASPROMONTE”

di Gianfranco Marino


Quello che ci porta da Africo a Casalnuovo è un viaggio alla scoperta di civiltà perdute, di memorie storiche, di vecchi ricordi legati ad un passato ancora ben presente nella memoria di molti. Storie di grandi fatiche, di gente e di vita semplice, una vita stravolta di colpo ben cinquantaquattro anni fa. La storia di Africo e della sua frazione Casalnuovo è indubbiamente legata ad una data scolpita nella mente della sua gente e non solo, il 1951. Un anno nefasto il cinquantuno, e non solo per Africo, sicuramente anche per altri centri dell’Aspromonte orientale. Proprio nel ’51 infatti un’alluvione di proporzioni inimmaginabili decretò il trasferimento dell’abitato, dai bui e impervi crinali aspromontane alle coste dello Ionio, nei pressi di Bianco, dove tuttora sorge il nuovo abitato.

Ad oltre mezzo secolo di distanza di quei vecchi insediamenti montani non rimangono che pochi desolanti ruderi quasi a voler testimoniare la virtuale resa di una realtà, agro pastorale piegata dall'incalzare del progresso. Quello che porta da Africo Vecchio a Casalnuovo è un itinerario avvincente non solo per gli amanti del trekking e della natura ma anche pere chi volesse capire l'intimo legame che ancora oggi lega la gente di Africo a questa terra. Una volta raggiunti i piani della località Campi di Bova ad oltre 1300 metri di quota, si imbocca una discesa, la, strada, asfaltata presto lascia il posto allo sterrato. Solo pochi chilometri è abbiamo già raggiunto i 940 metri della località Carrà. Siamo già nel territorio comunale di Africo. Le poche case di Carrà costruite dopo l'alluvione e abitate fino ai primi anni sessanta si trovano in un luogo inaccessibile, coperto da immense foreste di querce e castagni. Carrà, per la gente di Africo "U Carrùsu" si presenta come un piccolissimo avamposto della civiltà che nei mesi più freddi rimane spesso isolato dalla neve e dal ghiaccio. A Carra c'era persino una scuola, una pluriclasse. Chi ci ha insegnato parla di un tragitto che costringeva i malcapitati di turno a passare fra vere e proprie "trincee" scavate nella neve. Ma è proseguendo la discesa che da Carrà porta al greto del fiume, che sul più bello, quasi confuse fra la vegetazione appaiono le prime case di Africo, una visione che si commenta da sola. Costruzioni che formano un corpo unico con la montagna ecco come appare oggi il vecchio abitato di Africo. Siamo a 690 metri di quota, in uno dei luoghi più isolati ed irraggiungibili dell'intero Aspromonte, sovrastati dall'imponente mole del Montalto (1956 m.).

La realtà di Africo è quella di una vita dura e aspra quasi ai confini della realtà. Una storia di uomini, donne, anziani e bambini, casolari e ricoveri per le bestie, vette innevate e dirupi profondissimi. Dopo avere visitato i vecchi ruderi ormai quasi completamente ingoiati dalla macchia mediterranea ci si trasferisce in località Mingioia dove si può visitare una caratteristica, chiesetta dedicata al culto di San Leo, protettore del paese. Il tragitto riprende poi imboccando una pista appena percorribile a piedi che scende rapidamente fino a giungere ì piedi di un torrente. Risalendo l'altro versante della montagna, si giunge a quota 755. Siamo finalmente a Casalnuovo, frazione di Africo, un'altro piccolo nucleo abitato che guarda Africo dal versante opposto della montagna.

A Casalnuovo c'è ancora qualche pastore, il centro, anche se quasi del tutto abbandonato si conserva comunque meglio rispetto ad Africo, anche perché fino a circa venti anni fa era discretamente abitato, basti pensare che, fino ai primi anni novanta c'era addirittura, un piccolo ufficio postale. Chi passa da queste parti non può fare a meno di chiedersi come si potesse vivere in posti praticamente isolati dal resto del mondo e davvero difficilmente raggiungibili. Le prime sconcertanti immagini della realtà di Africo furono quelle regalate al mondo dagli scatti del fotografo Tino Petrelli, datate 1943, fotogrammi e scorci di una vita vissuta al limite del verosimile, una vita di sofferenze e duro lavoro, sacrifici e tremende vicissitudini, una vita per molti inimmaginabile, ma chissà magari forse per, alcuni aspetti più bella e piu "vera".


L'Europeo 1948 n. 12, e rilevato nel n. 1 del 2005
grazie alla segnalazione di Crosazzo Alberto di Torino

AFRICO, EMBLEMA DELLA DISPERAZIONE

di Tommaso Besozzi

UN PAESE SENZA ACQUA, LUCE, STRADA: UOMINI E BESTIE VIVONO INSIEME, SOLO TRE CASE HANNO LA LATRINA, IL PANE È FATTO CON FARINA DI LENTICCHIE SELVATICHE, NON CI SONO NEGOZI NÉ LOCANDE

Parecchio tempo fa, trovarono un ostetrica calabrese, da poco diplomata, alla quale non dispiaceva di procurarsi un titolo utile per la carriera,e la mandarono ad Africo, sull'Aspromonte, a sostituire la levatrice condotta che, dopo aver messo cento volte a rumore gli uffici della provincia, era riuscita a farsi trasferire. La supplente era una donna giovane e, partendo da Reggio Calabria, aveva indossato - come era giusto - l'abito più grazioso: il che fa supporre che il suo animo non fosse troppo maldisposto. Però, nessuno le aveva detto che non esistono strade che portino ad Africo, ma soltanto sentieri; e quel giorno, essendo nevicato, il mulo sul quale dovette cavalcare per salire sull'altipiano e ridiscendere nella conca dove sorge il paese impiegò quasi nove ore, invece di sei. Arrivò disfatta; si affacciò nelle stanze dal pavimento di terra battuta, nelle quali non arriva luce che dal vano della porta; vide che la gente vi dormiva assieme alle capre, all'asino, al maiale, e non ci volle altro, per deciderla a fuggire.

Una nuova supplente non fu trovata, da nessuna parte. La cosa, in fondo, poteva anche non essere troppo preoccupante, perché ad Africo c'è un medico condotto: il guaio è che vive a Roma, dovendo frequentare le cliniche universitarie, per un corso di specializzazione. Con questo, peraltro, non è detto che la gente di Africo, quando si ammala, sia del tutto abbandonata: c'è un "pratico", del quale dicono un gran bene. E’un uomo di mezza età il quale, da giovane, era stato mandato all'Università di Messina e si era iscritto alla facoltà di Medicina; ma, dopo tre anni, suo padre - sospettando che conducesse una vita troppo scapestrata - lo aveva richiamato e gli aveva fatto troncare gli studi. Ora, nei malanni da poco, la gente ricorre con fiducia ai consigli di questo "pratico"; né si è mai dato il caso - per la verità - di dolorose conseguenze. Ma nei casi gravi e urgenti? Allora bisogna caricare il malato su una lettiga e per sentieri scabrosi, attraverso un valico a più di 1300 metri con una marcia di sei o sette ore portarlo al paese più vicino. Qualche volta resiste allo sconquasso, e si salva.

Una settimana fa, la moglie di una guardia forestale stava per diventar madre, ma intervenne all'ultimo una grossa complicazione.

Il consiglio delle donne era stato di aspettare, perché tutto si sarebbe risolto da solo e per il meglio; così si arrivò al punto in cui ogni altra soluzione era da escludere: mandare uno in paese ad aspettare che il medico di Bova arrivasse a dorso di mulo significava lasciar passare un tempo più che doppio di quello che sarebbe bastato a trasportar la donna, a rotta di collo con la lettiga. Costruirono la barella: due pali e due traverse, sui quali inchiodarono una coperta. La donna venne legata su quel lettuccio con molti giri di corda. I quattro giovani più robusti alzarono sulla spalla le estremità delle stanghe e partirono. Tutto il paese era sulla strada; e tutti uomini e donne, piangevano. Salirono quasi speditamente fino al valico e cominciarono la discesa, ch’era il tratto più lungo, pericoloso e difficile. Sballottata dal passo dei portatori che dovevano mantenersi saldi su un sentiero scosceso, a gradini disuguali, la donna gemeva, implorando che si fermassero; e, di tanto in tanto, per calmarla e per riprender fiato, 1'accontentavano. Dopo sette ore avevano fatto due terzi del cammino. A quel punto la moglie della guardia forestale cominciò a urlare che la lasciassero morire, ma troncassero quel supplizio. Afferrò uno per il braccio e le sue dita lasciarono il segno nella carne. Appoggiarono a terra la barella, sotto la parete di roccia e lì tutto si risolse; ma, naturalmente, il bimbo non sopravvisse. Che potevano fare, i pastori di Africo, per la madre? La legarono di nuovo, si ricaricarono il doloroso fardello sulle spalle, ripartirono superando di carriera l'ultimo tratto di discesa, senza badare ai gemiti, alle implorazioni, alla stanchezza. Dopo un'ora irrompevano nella casa del medico. Si aspettavano, sciogliendo le funi e svolgendo la coperta, di trovare un corpo senza vita. Invece la donna respirava; e si salvò.

Non si pensi che Africo sia un paese di quattro baite: è un comune di oltre duemila abitanti. E’ un paese di pastori: il più povero, il più triste, il più infelice della Calabria. Eppure quando ci si sta per arrivare e si scorgono da lontano le sue case divise sulle due rigide sponde della gola in fondo alla quale scorre l’Aposcipo, la prima impressione è che sia un paese ridente. La piazzetta sotto la chiesa di Casalnuovo, dove sbocca il sentiero, conferma questa illusione. Appena un passo più in là, i primi segni di una miserabile esistenza bastano a distruggerla. Da Paola in giù, tutti sanno cosa sia “ Africo, dimenticata da Dio”, e lo citano come esempio. (Fanno eccezione soltanto quelli di Rogùdi – è verissimo –si vedevano fino a poco tempo fa tanti grossi chiodi conficcati nei muri, e le vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno le caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone. Infatti, da qualunque parte si guardino, le case appaiono costruite sopra un torrione che scende a picco, da ogni lato. All’ingresso del paese, come arrivava un forestiero, c’era subito uno che lo prendeva per la mano e lo accompagnava dovunque volesse, senza mollarlo mai; eppure non passava anno che sul greto del fiume, cinquanta metri sotto le case, non si trovasse il corpo sfracellato di un prete, o – più sovente- quelli di due innamorati. Ora, però, c’è un muro a secco che circonda Rogùdi: i bambini non sono più legati come le capre; le ragazze non corrono più il pericolo di precipitare nel vuoto ad ogni sospiro).
Ad Africo, per quanto sia una conca riparata, a soli cinquecento metri di altitudine, a breve distanza in linea d’aria dalla costa jonica , il grano e la vite non crescono. Non c’è acqua né luce elettrica; non ci sono botteghe, né locande; la gente mangia un pane color cioccolata, fatto di farina di lenticchie selvatiche; le abitazioni, tolte pochissime, sono di un locale solo e là vivono assieme uomini e bestie.

Ad Africo esistono solo tre case provviste di latrina e ci sono solo tre persone che posseggono un ombrello. Ma, essendo le strade del paese troppo strette perché ci si possa aprire un ombrello, se ne debbono servire unicamente quando vanno a Bova o a ' Motticelle. Le mucche, in ogni stagione, vagano libere per la montagna e nessuno le segue, perché non danno latte. I pastori, per accendere il fuoco, battono la pietra sull'acciarino. La maggioranza degli uomini veste di un orbace molto rozzo, tessuto dalle donne nei mesi invernali; portano le brache corte e usano una sorta di "cioce” ricavate da vecchi copertoni d'automobile. Non hanno vino, né formaggio, né olio, né ortaggi. La terra non dà frutto. L'anno scorso ci fu uno che dissodò un campo nuovo e provò ancora una volta a seminarci grano: ne seminò trentadue chili; ne raccolse trentaquattro.

Ma la causa prima della miseria di Africo è la mancanza di una strada che lo congiunga al resto del mondo. Il paese è a sedici chilometri da Bova e ad altrettanti da Motticelle; ma non è la distanza, è 1'asprezza del cammino che ha creato l'isolamento attorno a questa gente, che ha finito per soffocare ogni suo slancio in una specie di rassegnato e neghittoso fatalismo dal quale difficilmente potrà essere strappata. Non è vero, comunque, che Africo sia stato sempre dimenticato dagli uomini. I primi che se ne occuparono, sia pure per incidenza, furono i giornalisti che salirono fin qui nel 1900, sulle tracce di un famoso brigante.
Musolino aveva cercato rifugio su queste montagne e viveva in una grotta, alle porte del paese. Non si riusciva a prenderlo allora, anzi, che si impiantò ad Africo un ufficio telegrafico perché le segnalazioni giungessero rapidamente a Bova, dove c'era il grosso dei carabinieri. Un giorno un delegato di polizia riuscì a comprare uno dei confidenti di Musolino: lo convinse a portare al suo capo un piatto di maccheroni conditi con burro, pomodoro e oppio; e l'ultimo ingrediente era in quantità sufficiente da assicurare un sonno di piombo fino all'arrivo dei carabinieri. Ma Musolino, abituato alla minestra di fave, si insospettì davanti agli spaghetti e obbligò il confidente a dividerli con lui. Alla fine del pasto, entrambi duravano fatica a tener gli occhi aperti; tuttavia il cervello di Musolino continuava a ragionare: ebbe la forza di vendicarsi del traditore con due schioppettate e di scappare al sicuro prima che sopraggiungessero i carabinieri. Quel drammatico episodio richiamò, dunque, un paio di giornalisti sull'Aspromonte: descrissero il paese e le miserabili condizioni di vita dei suoi abitanti. Ma erano tempi in cui queste cose non potevano far troppa impressione; e non ne derivò nulla di buono.

Venticinque anni dopo la Curia di Reggio Calabria mandò un frate a sostituire f: parroco di Africo che aveva sorpreso la sorella in intimità con un corteggiatore e l'aveva uccisa sparandole tre colpi di pistola a bruciapelo. Questo frate - ricordato ancor oggi, da tutti, con profondo rimpianto - prese a cuore la situazione del paese e poiché aveva il temperamento adatto a questo genere di cose, riuscì ad agitare le acque attorno al "caso" di Africo. I suoi memoriali arrivarono nelle mani degli uomini politici più influenti, entrarono a Villa Savoia, provocarono durante diversi anni continue bufere, ispezioni, cambi della guardia. Anche l'Associazione per il Mezzogiorno lavorava, con meno chiasso, ma in modo più costruttivo. Un ministro arrivò a Bova, di dove avrebbe dovuto spingersi fino ad Africo, per un sopraluogo; ma non si sentì di affrontare le sei ore di mulo, su quel viottolo; e diede ordine all'autista di tornare indietro. Maria José si recò due volte a Reggio per salire ad Africo, ma il prefetto ebbe l'abilità di rimandare sempre la spedizione a stagione più propizia. Tuttavia si arrivò a stanziare qualche milione per la strada. Però i lavori non si iniziarono mai. Venne una frana che minacciò di travolgere l'intero abitato. Si decise allora di trasferire il paese in blocco, in una località vicina, più salubre e riparata. Tutto era stato studiato e approvato; su un altipiano boscoso dove c'era terreno più fertile e acqua sufficiente, sarebbe sorto un paese modello e il vecchio villaggio con tutte le sue brutture, sarebbe stato fatto saltare con la dinamite; era la vigilia dell'inizio dei lavori, quando per l'opposizione dei piccoli proprietari e l'abulia degli altri, il progetto si arenò. Allora il frate non resse più: gettò la tonaca si trasferì a Roma prese moglie, ne ebbe tre figli. Talvolta quelli di Africo gli mandano ambasciate; ormai il loro ex parroco ha tante altre cose cui pensare e deve accontentarsi di commiserarli.

Ma il grande protettore di Africo fu il conte Zanotti Bianco, oggi presidente della Croce Rossa Italiana. I pastori, parlando di lui, quasi ne fanno un personaggio da favola. Dal canto suo Zanotti Bianco, guadagnandosi per prima cosa il con fino, fece una relazione coraggiosa che sollevò molto scalpore. La strada rimase allo stato di progetto; ma, merito della Croce Rossa e della Associazione per il Mezzogiorno, sorsero le scuole, l'asilo, alcune casette nuove.
Infine venne la guerra; arrivò 1'8 settembre e gli sbandati trovarono modo di dimenticare anche ad Africo un po' di bombe a mano. Gli africoti le tennero da pane e, il giorno in cui il brigadiere dei carabinieri pretese qualche chilo di pasta in più di quanto non gli spettasse, salirono sul dosso e di là bombardarono la caserma. Fecero prigioniere le guardie e non si arresero se non quando arrivarono due soldati inglesi a prometter loro l'impunità.


il Domani - Mercoledì 25 maggio 2005

La cittadina del Reggino chiede chiarezza
e si rivolge alle autorità

AFRICO, ABITANTI ALLARMATI:
«TROPPI CASI DI TUMORE»


AFRICO - Gli abitanti di Africo, centro costiero dello Jonio reggino, credono sia giunto il momento che qualcuno dia risposte certe ai loro interrogativi. «Negli ultimi due anni, dicono, nel nostro paese sono aumentati in maniera impressionante i casi di tumore: al colon, a1 seno, al fegato, allo stomaco, le leucemie, etc, molti dei quali hanno avuto esito infausto». Le persone colpite da tumore hanno età compresa tra i 25 ed i 50 anni; negli ultimi 18 mesi l'elenco della casistica s'è purtroppo allungato; perché?». Africo circa 3.000 abitanti s'interroga sul perché di quello che ritiene sia un triste primato: l'incidenza delle patologie tumorali. Per questo si è costituito un comitato spontaneo che intende estendere l’opera di sensibilizzazione anche ad altri centri limitrofi che, pare, in questi ultimi tempi siano stati interessati da una notevole incidenza delle patologie tumorali. Per discutere dell'inquietante argomento, per incominciare a percorrere un comune percorso di prevenzione e di educazione sanitaria, ma anche per tentare di dare risposte ai tanti perché, ieri sera alle 18, ad Africo, nel salone annesso alla chiesa del SS. Salvatore, gli africesi hanno incontrato specialisti, medici ed autorità sanitarie. Hanno chiesto l'aiuto anche ad un magistrato esperto in materia ambientale; benché assente per motivi pastorali, ha dato un valido supporto morale all'iniziativa anche il vescovo della Diocesi di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Maria Bregantini. «Vogliamo risposte certe, vogliamo capire se alla base di quest'incidenza di patologie tumorali vi sia qualche motivo specifico che può essere individuato, controllato e dominato», dicono alcuni africesi. «Chiediamo solo che qualcuno tuteli la nostra salute e quella dei nostri cari, niente di più -aggiungono- perché ci terrorizza anche il pensiero che i nostri bambini possano crescere in un ambiente a rischio neoplasie». «La casistica non è allarmante, rispetta la media nazionale», dicono le autorità sanitarie dell'As 9 di Locri; Il vero problema è - aggiungono - che spesso si arriva alla diagnosi tardivamente e -pertanto- la terapia non ha gli effetti sperati». «Sappiamo -proseguono- che c'è forte preoccupazione fra gli abitanti di Africo ma a1 momento non c'è motivo per allarmarsi; l'As intende dare risposte certe, non lasceremo nulla al caso».

La casistica nella zona di Africo? Nei limiti della media nazionale, si ma superiore alla media della nostra regione, precisa il direttore dell'Unità Operativa di Oncologia dell'Azienda Sanitaria, Giovanni Condemi, per il quale «manca ancora un efficace sistema di prevenzione». Il professionista conferma che «alcune indagini di diagnosi preventiva necessitano di una tempistica diversa» e che «c'è bisogno di più personale».


Articolo apparso su L’Unità - 11 febbraio 1979

IL PANE DI AFRICO

di Giorgio Amendola

Ero nello studio di Giustino Fortunato quando Zanotti Bianco mi fece vedere il pane mangiato dagli abitanti di Africo: una pietra nera e dura, fatta con il mischio, farina di lenticchie, di cicerchia e d’orzo. Fui colpito dalla commozione di Zanotti Bianco, che conoscevo come uomo misurato e controllato. Si era nel 1928, in pieno periodo fascista. Ma la miseria di Africo era antica. Distrutto dal terremoto del 1908, dopo vent’anni poche case erano state ricostruite. Gli abitanti vivevano tra le rovine, ammucchiati, sei sette persone, in stretti tuguri, con il maiale, le pecore, le galline. Lo scarso territorio era costituito da boschi non convenientemente sfruttati, per mancanza di strade e per i vincoli posti dalla legge forestale, e da pascoli cespugliosi buoni soltanto per le capre. Solo una piccola parte era costituita da miseri seminativi. La fame era permanente. Nei momenti peggiori i più poveri erano costretti a nutrirsi di ortiche cotte e di ghiande abbrustolite. E c’è anche che, anche tra noi comunisti, continua a parlare con nostalgia dell’antica “civiltà contadina”! Il paese era isolato. Zanotti Bianco vi era salito per una mulattiera in sei ore di marcia, e si era accampato sotto una tenda. Il nome di Africo mi richiamava l’Africa, il racconto sembrava quello di un esploratore dell’800.

Corrado Stajano (Africo, Ed. Einaudi, 1979, lire 300), in un racconto commosso ed appassionante, ci da ora la storia di quel comune, una cronaca italiana, egli dice, di governanti e di governati, di mafia, di potere e di lotta. L’iniziativa illuministica di Zanotti Bianco aveva permesso di risolvere alcune piccole questioni: un’attenuazione delle tasse sulle capre, una riduzione delle superfici boschive vincolate, la costruzione di due passerelle sul torrente. Ma erano aiuti venuti dal di fuori, da un signore che sembrava un “inglese” e che raccoglieva denaro tra aristocratiche benefattrici. Ci vuole la guerra a svegliare gli animi. Ma una preparazione era già stata avviata da un ex carcerato, Salvatore Maviglia, condannato per omicidio, divenuto in carcere anarchico. A Turi di Bari aveva conosciuto Gramsci, e riferiva dei discorsi che egli aveva sentito e che forse circolavano in carcere. Aveva frequentato la scuola carceraria per analfabeti, aveva letto molto, era tornato ad Africo con una cravatta nera. Divenne un capo del popolo, che a lui si rivolgeva per avere consigli e giustizia.

Il 2 giugno 1946 la Repubblica raccolse ad Africo pochi voti. Il parroco don Stilo riuscì a convogliare tutti i voti a favore della monarchia. Ma si era costituita la Camera del Lavoro, la sezione del PCI e poi quella del PSI. Cominciò la lotta tra le sinistre unite PCI e PSI, e la DC, tra il vecchio anarchico Salvatore Maviglia, diventato comunista e segretario della Camera del Lavoro, e don Stilo, il parroco intraprendente e faccendiero. Stajano illustra le fasi di questa battaglia che si prolunga con alterne vicende, attorno a vicende, attorno a questioni concrete del bilancio comunale, delle iscrizioni alle liste di collocamento, delle esecuzioni dei lavori pubblici. La lenta organizzazione della vita civile e della lotta politica fu sconvolta dall’alluvione del 1951. Una frana spazzò via il paese. I morti furono pochi, ma Africo scomparve.
La storia della ricostruzione è allucinante. Per tutto un decennio gli africoti cercarono il terreno per ricomporre la loro comunità. Si iniziò una lotta tra chi voleva tornare nel vecchio territorio, dove erano restate le misere proprietà, e quelli che cercavano una sistemazione nuova. La scelta di una soluzione divise i due campi, anche la sinistra. Alla fine prevalse la tesi, sostenuta da don Stilo e dalla DC, di costruire un nuovo comune in una località distante 50 chilometri dal vecchio paese. Per lunghi anni la maggioranza degli africoti visse in un campo profughi. All’’inizio del 1960 era sorta Africo nuovo.

La costruzione di un paese nuovo (case, strade, opere di sistemazione dei torrenti) e la vendita dei beni avevano favorito lucrose possibilità di intervento alla mafia. Ma nella lacerazione dei vecchi rapporti gli africoti avevano incominciato a mangiare. Il sussidio distribuito ai profughi era superiore al poco che prima ricevevano dal duro lavoro. La ricostruzione aveva offerto possibilità di occupazione. La Forestale aveva moltiplicato le assunzioni, anche per il breve periodo che dava diritto alla riscossione dei sussidi di disoccupazione.

Le pensioni, concesse a vario titolo, e le rimesse degli emigranti, portarono nel paese denaro fresco. Ed in queste vicende mutarono i rapporti di forza. L’economia assistenziale si è incrementata, per iniziativa della DC, ma sotto la pressione dei lavoratori. Crebbe, così, lentamente, la forza della sinistra. L’11 giugno 1967, il PCI, alleato col PSIU, ottiene, 673 voti.

E’ un braccio di ferro tra PCI e DC, mentre sempre più aperto diventa l’intervento armato della mafia. Il figlio di salvatore, Francecso Maviglia, diventa a sua volta segretario della Camera del Lavoro. E’ una lotta che si svolge nel concreto delle questioni locali, mentre sul piano meridionale continua, anche se con fasi alterne, l’ascesa del PCI. I socialisti perdono terreno negli anni del centro-sinistra, che appare continuatore della vecchia politica democristiana. Ma la lotta condotta dal PCI appare troppo lenta ad un gruppo di giovani accesi dal miraggio di Mao. Nel 1968 la contestazione arriva ad Africo. Un gruppo di giovani lascia la Federazione Giovanile Comunista Italiana e si organizza in un collettivo. Il figlio di un fornaio di Africo, emigrato nel Nord, Rocco Palamara, torna al paese e diffonde le idee del gruppo estremista “Servire il popolo”. L’attacco è portato al PCI, denunciato come revisionista. Nelle elezioni del 1970 i comunisti debbono per pochi voti lasciare la direzione del Comune ad una lista unica, dominata dalla mafia. I voti che mancano sono quelli dei giovani estremisti.

Stajano riferisce con evidente simpatia le gesta del piccolo gruppo estremista. Ciò dipende dal fatto che il collettivo fu preso di mira dalla violenza mafiosa e dalle persecuzioni poliziesche giudiziarie subite da Rocco Palamara (aggredito, arrestato, evaso, nuovamente arrestato) e dai suoi compagni. Finché la mattina del 19 febbraio 1975 Rocco Palamara, venne gravemente ferito in un agguato mafiodo. E’ costretto, poi, per curarsi, a lasciare Africo. Lo hanno seguito i fratelli.

Ad Africo è restato il PCI, a continuare la sua battaglia, adesso rivolta apertamente contro la mafia. Nelle elezioni del 1976 il PCI raccoglie 927 voti, il PSI 165 voti, Democrazia proletaria 51 voti, i radicali 4 voti, il PSDI 15, il PRI 7, il MSI 44. Ma nel referendum dell’11 giugno 1978 il “si” per l’abrogazione di tutte e due le leggi (sul finanziamento ai partiti e sulla legge Reale) vince largamente. Stajano indica come dopo le elezioni del 1975 la repressione contro i comunisti “sia ricominciata in modo massiccio ed organizzato, a dare torto a chi toglie importanza alla conquista di un comune da parte del PCI”. A Gioiosa Ionica, dove i “no” nel referendum del giugno 1978 sono stati in maggioranza, il sindaco, il comunista Modafferi, promuove una vasta mobilitazione popolare contro la mafia, condotta a viso aperto, anche dopo l’assassinio di Rocco Gatto, mugnaio comunista.

Le conclusioni di Stajano sono amare. Secondo il suo parere don Giovanni Stilo ha vinto, anche se sulla torretta del municipio sventola la bandiera rossa. Eppure la realtà è cambiata: “le bombole a gas in tutte le case, i 608 bagni su 778 abitazioni, il gabinetto in tutte le altre, i 123 telefoni, le 180 automobili, i 560 televisori e gli altri elettrodomestici”, non avrebbero mutato molto il costume, dice Stajano. Ma come è possibile? Il vecchio pane è scomparso dalle mense degli africoti. Il mutamento delle condizioni di vita non è dipeso da una trasformazione produttiva, da una riforma agraria, dalla industrializzazione, ma dall’estensione di un’economia assistenziale.

Il miglioramento delle condizioni di vita non è contestabile, ma esso non ha fiaccato la forza del movimento operaio, guidato dal PCI, anzi ne ha rafforzato le capacità di lotta. Nei piani della DC l’economia assistenziale doveva servire ad isolare e battere i comunisti senza attuare le riforme necessarie. Invece il PCI è andato avanti, perché ha saputo, nelle lotte quotidiane, porre obiettivi concreti di lavoro, di giustizia, di democrazia. Ci sono stati, certamente, ritardi, errori, incapacità a legare la soluzione dei problemi immediati ad una più generale prospettiva di rinnovamento del mezzogiorno. Ma il PCI appare, sempre, la forza di progresso più consistente, capace di durare e di crescere nel tempo, e di superare anche momenti di riflusso, perché è l’espressione stessa della maggioranza dei lavoratori.


il Quotidiano - Domenica 5 settembre 2004

Un viaggio nei luoghi che ispirarono a Zanotti Bianco
il romanzo “Fra la perduta gente”

AFRICO E CASALNUOVO
FASCINO ANTICO

di Gianfranco Marino

QUELLO che ci porta da Africo a Casalnuovo è un viaggio alla scoperta di civiltà perdute, di memorie Africo e Casalnuovo storiche, di vecchi ricordi legati ad un passato se vogliamo neanche troppo lontano. Storie tristi di grandi fatiche, di gente semplice, di pastori e agricoltori che all’improvviso fascino antico a causa della bizzarria della natura, e forse di scelte troppo affrettate, si vedono catapultati dal “più profondo” Aspromonte in un ambiente totalmente diverso e all’epoca praticamente sconosciuto.

Terremoti, alluvioni, catastrofi, la storia dell’intera Regione è stata da sempre caratterizzata da evinti simili, eventi che spesso e volentieri hanno cambiato il corso della storia stessa. Se è vero la furia della natura si è fatta e continua a farsi comune denominatore per molte realtà calabresi, è altrettanto vero che alcuni centri hanno dovuto pagare, rispetto ad altri un dazio davvero pesante.

L’ultimo cinquantennio di Africo e della sua frazione Casalnuovo è stato senza dubbio deciso da uno di questi tristi eventi, la colossale alluvione che nel 1951 flagellò l’intero Aspromonte orientale dando il la ad una lunga sequela di esodi (molti dei quali forzati) verso le coste. Il nuovo centro sorge ormai sulla costa nei pressi di Bianco, dei due insediamenti montani non rimangono che pochi desolanti ruderi, perenni testimoni di una realtà agro pastorale che ha inesorabilmente e tristemente ceduto il passo all’incalzare del progresso.

Quello che porta ad Africo vecchio e Casalnuovo è un viaggio inquietante che lascia si un grande bagaglio di scoperte ma sicuramente anche tanti interrogativi, un itinerario avvincente che inizia da Bova Marina, imboccando la strada che si inerpica fino a raggiungere i 915 metri di Bova, il centro più rappresentativo dell’area. Superata la “rocca” di Bova la strada prosegue fra ripidi tornanti che salgono sempre più fino a superare i 1300 metri, siamo sui Campi di Bova, alto Aspromonte Ionico, crocevia di strade invisibili che collegano, anche se in modo sconnesso, tutti i versanti più interni e sconosciuti del massiccio.

Dopo una pausa che permette di ammirare paesaggi quasi scandinavi si imbocca una ripida discesa costellata da una serie infinita di serpentine, sono i tornati di “Pedimpìsu”, che in breve portano attraverso una pista sterrata a raggiungere i 940 metri della località Carrà. Siamo già nel territorio comunale di Africo. Carrà (da queste parti ‘u Carrusu) è un luogo inaccessibile, coperto da immense e fitte foreste di querce e castagni, dove sorge un piccolo nucleo di case costruite dopo l’alluvione, abitate fino ai primi anni sessanta, un piccolo avamposto della civiltà che d’inverno rimane spesso isolato da neve e ghiaccio. A Carrà c’era persino una scuola, una pluriclasse, chi ci ha insegnato parla di condizioni di vita al limite del verosimile, e di un tragitto che costringeva i malcapitati a passare fra vere e proprie gallerie scavate nella neve. Ma è scendendo da Carrà che sul più bello, quasi confuse fra la fitta vegetazione appaiono le prime case di Africo, una visione da girone dantesco, costruzioni letteralmente fuse con la montagna. Siamo a 690 metri di quota, in uno dei luoghi più inaccessibili dell’intero Aspromonte, sovrastati dalla mole del Montalto (m.1956), che sembra voler dominare con bonario ma allo stesso tempo imponente distacco tutte le propaggini che scendono vertiginosamente verso lo Ionio. La realtà di Africo è quella di una vita dura e aspra quasi ai confini della realtà.

Una storia di uomini e donne, anziani e bambini, casolari e ricoveri per le bestie, vette innevate e dirupi da paura. Dopo avere visitato i vecchi ruderi ormai quasi completamente inghiottiti dalla macchia mediterranea ci si trasferisce in località Mingioia dove esiste una caratteristica chiesetta dedicata a San Leo, protettore del paese.

Il tragitto riprende imboccando una pista appena percorribile a piedi che scende rapidamente fino a giungere ai piedi di un torrente, per poi risalire l’altro versante della montagna, una risalita che si ferma a quota 755, siamo finalmente a Casalnuovo, frazione di Africo, un piccolo insediamento che guarda Africo dal versante opposto della montagna. A Casalnuovo c’è ancora qualche pastore, il centro, anch’esso quasi completamente abbandonato è comunque conservato meglio rispetto ad Africo, anche perché fino a circa venti anni fa era discretamente abitato, fino ai primi anni novanta c’era addirittura un piccolo ufficio postale. Chi passa da queste parti non può fare a meno di chiedersi come si potesse vivere in posti, all’epoca praticamente isolati dal resto del mondo, una domanda che si sono posti, anche molti personaggi del passato, su tutti Umberto Zanotti Bianco, che circa mezzo secolo fa scrisse dopo essere stato da queste parti “Fra la perduta gente” edito da Mondadori nel 1959, una fedele e sconcertante descrizione della realtà africese redatta dopo una breve ma significativa permanenza su questi monti.

Oltre a lui anche Tommaso Besozzi, editorialista dell’Europeo che documentò la realtà di Africo in un’inchiesta pubblicata da L’Europeo nel Marzo 1948. La realtà per Africo è ormai quella della marina, una realtà ormai non più nuova, ma sicuramente più anonima, omologata ad una massa che tende sempre più a perdere le peculiarità tipiche della gente di montagna. L’ideale tragitto che da Casalnuovo porta alla marina prosegue attraverso una discesa che ci porta alle case di Scrisà e di Motticella, altri due piccoli insediamenti come al solito quasi disabitati, siamo ormai nel territorio comunale di Bruzzano Zeffirio. I Panorami che abbiamo ammirato durante la discesa sono da togliere il fiato, l’ultima parte del tragitto è stato un vero e proprio balcone sullo Ionio, passando attraverso un microcosmo dove la vegetazione è variata rapidamente al variare dell’altitudine.

Giunti a Bruzzano ed a Brancaleone Marine poi, si ha l’impressione di essere passati da un sogno, e di avere visto cose che difficilmente si potranno dimenticare, cose quasi irreali, a metà strada fra magia e grande nostalgia per una vita ed una storia abbandonate per sempre su questi monti assieme alla speranza di tornare.


Il Tribuno - Anno III - Numero 16 - maggio 2005

AFRICO: DIZIONARIO DIALETTALE E ALTRE CURIOSITÀ NEL SITO WWW.AFRICO.NET

 

Lodevole iniziativa, nell’ambito della valorizzazione socio-culturale della cittadina di Africo, da parte del Circolo Culturale Artistico “Nuovi Orizzonti” nella persona del suo Presidente, Mimmo Criaco, e di Salvatore Moio, responsabile del sito internet www.africo.net.

Forte sostenitore del linguaggio dialettale in tutte le sue incarnazioni espressive e poetiche Mimmo Criaco, che certo non è nuovo ad ammirevoli iniziative nel paese, ha ideato il recupero e la raccolta dei termini dialettali del linguaggio parlato africese.

Tutto ciò mira alla riscoperta di un’identità perduta o forse rimasta tra le montagne dei luoghi antichi, e alla valorizzazione delle proprie radici che si stanno via via perdendo poiché la generazione attuale non fa più uso del dialetto e gli anziani, ricca dotazione del paese, stanno scomparendo.

Il servizio di traduzione dall’africese all’italiano e viceversa, fruibile attraverso il web, è reso possibile grazie alle ultime tecnologie dinamiche presenti in commercio, che offrono rapidità ed efficacia nella consultazione e ricerca dei termini.

L’iniziativa si integra nell’ambito del lavoro svolto da Salvatore Moio, che nel ‘97 ha pubblicato la prima versione del sito su Africo. “Oggi - racconta Salvatore Moio - il sito si è evoluto con le tecniche ed i linguaggi attuali che consentono la fruizione di contenuti dinamici tra i quali figura appunto il nostro dizionario dialettale. Ambiziosa quanto originale l’idea di raccogliere i termini dialettali in un unico archivio digitale consultabile online ma che probabilmente tra qualche anno pubblicheremo anche in forma cartacea. Utilizzando il web abbiamo il vantaggio di favorire una diffusione capillare e planetaria del servizio che ovviamente, e non poteva essere altrimenti, è offerto in forma gratuita. Il sito si completa con una sezione forum, una bacheca messaggi e una ricca galleria di fotografie che descrive in maniera eloquente la vita nei paesi originari posti sulle montagne. Gli utenti internet che hanno visitato Africo.net sono ad oggi poco meno di 14500, certamente non tantissimi per chi conosce i meccanismi del Web, ma se consideriamo che in questo luogo virtuale c’è un modestissimo paese con poco più di 4000 abitanti allora il discorso assume connotazioni diverse”.


il Quotidiano - Venerdì 19 novembre 2004

NEL WEB ARRIVA AFRICO.NET

di Gianfranco Marino

AFRICO - New entry nel mondo del web; arriva Africo.net. Si chiama Africo.net è sicuramente molto più di un semplice sito internet, è uno straordinario veicolo di conoscenza attraverso il quale si è cercato di rendere fruibili al grande pubblico della rete le mille sfaccettature di un centro, ma soprattutto di una comunità dalla storia lunga, travagliata e spesso controversa.

Oltre mezzo secolo di storia racchiuso in un click, oltre mezzo secolo durante il quale la vita di Africo si è divisa fra le bianche e sabbiose coste dello jonio e le impervie vette d'Aspromonte.

Storie di esodi e di sciagure, ma anche storie fatte di cultura, di tradizioni, di lotte per una rinascita civile e sociale a lungo rincorsa e per alcuni versi fortunatamente trovata.

Tutto questo e anche di più è racchiuso in questa nuova iniziativa voluta e promossa da Salvatore Moio, ideatore e gestore del sito che con il contributo della Pro Loco e di una associazione culturale del luogo ha reso possibile quello che fino a qualche anno addietro era sicuramente impensabile.

Abbiamo cercato di dare ad Africo la visività che merita - dice proprio Salvatore Moio - una visibilità che riesca regalare positività, progresso, cultura, ma anche alcune interessanti finestre su sport, turismo, spettacoli, manifestazioni culturali, tutto naturalmente arricchito da qualche trovata fuori dal comune che riesca a caratterizzare l'iniziativa, come ad esempio il dizionario italiano-africese, una nuova chicca ancora a dire il vero in via di completamento, e non ultimo naturalmente un cospicuo spazio dedicato alla foto gallery, un compendio dei migliori scatti per un susseguirsi di emozioni che accompagneranno il vasto pubblico della rete in una lunga carrellata dal 1943 fino ai giorni nostri.


Parallelo 38 di gennaio-febbraio 2006 pag. 21

1948 - LA SCUOLA ELEMENTARE DI AFRICO (REGGIO CALABRIA)


Una bellissima foto di una scolaresca femminile, a piedi nudi, infreddolita e pur tutta intenta all'impegno di lettura sul sillabario. Sette bambine sedute nei loro banchi antiquati e scomodi, ma che illuminano il loro studio seguendo con mano le righe del loro libro. Sullo sfondo una carta geografica della regione, sfrangiata, sgualcita, ma posta ad altezza d'uomo tanto che le scolare possono toccarla. Accanto ai banchi, dei recipienti in lamiera che sembrano accogliere modeste quantità di brace. Una foto che documenta la povertà, ma anche la dignità di una comunità che qualche anno dopo, nell'autunno del 1953, la rottura dell'equilibrio tra montagna e pianura, legata a un forte avvenimento alluvionale in qualla regione che, nella foto, avvolge nella carta murale la piccola comunità scolastica, costringerà la comunità di Africo a trasferirsi sulla costa e come ricorda Cingari, "a vivere di assistenza".


il Quotidiano - Martedì 9 gennaio 2007

AD AFRICO TROPPI CASI DI TUMORE
Domenico Criaco (Coop. Nuovi Orizzonti): per arginare una situazione estremamente pericolosa servono interventi seri ed immediati

di Gianfranco Marino


Salute pubblica e contrasto dell'inquinamento. A puntare il dito su questi e su tanti altri problemi che affliggono Africo e l'intera locride è il presidente dell'Associazione culturale Nuovi Orizzonti di Africo Domenico Criaco. Già qualche giorno addietro proprio Criaco era intervenuto attraverso un comunicato ufficiale ribadendo la necessità di costituire un comitato per la salvaguardia della salute pubblica e la tutela del cittadino. Anche in quella occasione veniva fatto cenno ai tanti problemi che affliggono Africo e la locride più in generale, con particolare riferimento al problema viabilità, da sempre nodo cruciale e problema irrisolto per quanto riguarda la Statale 106 Ionica e che si ripropone ogni anno accentuandosi nel periodo delle grandi piogge con continui movimenti franosi che costringono i malcapitati automobilisti a veri e propri tour de force attraverso strade secondarie spesso difficilmente percorribili. Si parla di ponte sullo stretto - dice proprio Criaco - quando siamo ancora agli albori del trasporto su gomma. Per noi il vero ponte sarebbe quello verso il progresso, e verso una civiltà agognata per tanto tropo tempo. Prima di pensare dunque alle grandi opere, si pensi a quelle già esistenti e da sempre fatiscenti. Purtroppo - prosegue Criaco - la nostra non è una presa di posizione solo nei confronti dei problemi infra strutturali, visto che ve ne sono altri di portata ancora più rilevante. Il problema della salute pubblica è senza dubbio irrimandabile e innegabile. L'incredibile incidenza di morti per tumore ad Africo ed in tutta la locride ci impone delle domande serie e soprattutto impone a chi di dovere di dare delle risposte concrete in termini di lotta all'inquinamento, da quello elettromagnetico a quello ambientale. È innegabile - continua - che la fiumara La Verde, in alcuni punti, è ormai da tempo trasformata in discarica a cielo aperto, senza che vi sia alcun controllo e senza che nessuno si interessi di effettuare una bonifica lasciando immutata una situazione potenzialmente esplosiva in termini di rischi per la salute. Tempo fa - continua Criaco - come Associazione Nuovi Orizzonti, abbiamo lanciato l'idea della formazione di un comitato per la salvaguardia dei cittadini, un comitato che si faccia portavoce delle istanze di tantissima gente ormai avvilita da una situazione davvero insostenibile. Statistiche alla mano, Africo sembra essere nell'occhio del ciclone, calata in una realtà umana e geografica dove le morti per tumore crescono esponenzialmente. Allo stato attuale - conclude Criaco - stiamo lavorando per unire le forze, cercando di sensibilizzare la gente su un problema quanto mai serio, che va perciò affrontato con estrema serietà e tempestività, al fine di limitare nel tempo una situazione attualmente dilagante.


Mensile delle Missioni e Opere degli Stimmatini Voci dalla Calabria

S. LEO D'AFRICO*


di Mons. Giancarlo Bregantini

Don Tonino Bello, quel grande amabile vescovo il cui ricordo è in crescente benedizione, amava dire del Sud, lui che era uomo di questa terra: " Al Sud, il popolo è ferito, per tantissime cause... e nel fare un'analisi o proporre un'iniziativa, non si possono mai dimenticare queste ferite".

 La utilizzo spesso questa osservazione. Semplice ma incisiva, radente. Nel guardare o prospettare, queste ferite mi tornano davanti. E ad una persona ferita, non puoi chiedere tutto. O meglio lo devi saper chiedere, con quel pizzico di attenzione in più che fa sgorgare i miracoli.

 A ferire il Sud in questi giorni c'è stata anche la natura. Sarno piange i suoi morti. Non dimenticheremo facilmente quel funerale silenzioso, vero, con la nitida voce del Vescovo mons. Iliano, che riflette e prega. Sul piazzale, un centinaio di bare. Una scena che ricorda altre immagini di quest'Italia travagliata, come lo fu per Stava o il Vajont o altre tragedie per l'inclemenza del tempo.
  Il tempo, ma anche - lo sappiamo bene - la trascuratezza degli uomini, che non sanno adeguatamente rispettare il ciclo della terra, custodirla, difenderla dagli incendi che producono poi il dissolversi del terreno e causano le frane sotto l'urlo dei venti ed il flagello di piogge torrenziali.
  Tutto è collegato, nel bene e nel male, dentro la natura.

...quel 18 ottobre 1951...
  Il 18 ottobre 1951 quella stessa tragedia toccò alla Calabria. Era piovuto per diversi giorni in modo incredibile. E in quella notte, nel buio più totale, le colline aspromontane non ressero più. Molti paesi furono travolti, altri spazzati via dalle frane, i fiumi si trasformarono in nemici. Una tragedia immane.
  Qui è ancora ricordata. Entri in paesi ben squadrati, dalle casette tutte eguali e ti chiedi perché, notando bene la differenza rispetto agli antichi borghi, abbracciati, dalle case l'una sull'altra. La risposta è nota: "É un paese ricostruito dopo l'alluvione...", ed alzando lo sguardo noti i ruderi del vecchio paesello, là tra i cigli delle montagne.
  É come se qui ci fosse la chioma dell'albero e là, lontano, restassero le radici. Si, perché la gente non può e non deve dimenticare. Ci sono giorni in cui è necessario rivisitare quelle radici, per piangere ed asciugare le ferite.

La gente di Africo...
  C'è un paese simbolo, nella Locride, di tutto questo dolore ma anche di questa forza di rinascere che la gente ferita sempre ritrova. É Africo. Sulla tabella vedi scritto "Africo nuovo". E ti chiedi la ragione di quel "nuovo" la prima volta che lo visiti, dal momento che sulle montagne retrostanti non vedi centri similari. Dov'è Africo vecchio?
  Non lo troverai mai, dal vivo, se non sulle cartine geografiche, nel cuore stesso dell'Aspromonte vero, segnato con tre puntini, quei puntini che i geografi usano per raccontare di antiche rovine. Infetti, da quella tragica notte, l'intero paese si è spostato, portandosi dietro tutto quanto avevano di prezioso. Ed hanno ricostruito, con tenacia mirabile, per la forza del parroco soprattutto, un nuovo paese in marina. Da gente di montagna, in pochissimo tempo hanno dovuto diventare gente di mare. Ma solo in apparenza. Perché di fatto, sempre "gente d'Aspromonte" restano. Lì tornano a lavorare, tra quei boschi come forestali, lì conoscono ogni anfratto, lì narrano i loro ricordi. Anche i ragazzi vivono ancora di questa epopea.

Un santo d'Aspromonte
  Anche perché proprio tra quei boschi, dai castagni secolari e dai pini altissimi, ha vissuto un santo straordinario, chiamato Leo. Un nome breve per indicare una figura mite e forte insieme. Era un monaco, appartenente all'ordine monastico dei Basiliani, che hanno addolcito le ferite di questa terra con il balsamo della loro santità. Ne è intessuta tutta la Calabria, specie in provincia di Reggio. In diocesi conserviamo il ricordo di ben tre santi basiliani, venerati ed invocati: San Giovanni Theristis (che vuol dire il mietitore) operante nella vallata dello Stilaro, dalla vita avventurosa, che qualche giorno vi racconterò attorno al fuoco. Poi sulle montagne battute dal vento che corre tra i due mari, Jonio e Tirreno, c'è una chiesetta dedicata a San Nicodemo, veneratissimi a Mammola. É dentro i boschi dell'Aspromonte, resta appunto la chiesetta ed il luogo della morte di San Leo.
Cosa faceva questo monaco? Lavorava e pregava, secondo l'antico detto "ora et labora". Un lavoro originale: intagliava  i pini odorosi della montagna, facendone lentamente scolare la profumata resina in appositi contenitori. La trattava in modo adeguato e ne otteneva dei lumi per illuminare le notti oscure. La resina che si fa luce. Un segreto antico come i greci, ma che aveva il grande merito di ben utilizzare le risorse locali, le ricchezze di un determinato territorio. Vivere della montagna per restare in montagna: questo è lo slogan che abbiamo creato per la festa di quest'anno. Lo sviluppo del Sud infatti non verrà mai dal di fuori, da qualche rara industria che si appoggia qui e non lascia traccia. Lo sviluppo non sarà mai vero se non sarà "endogeno", cioè fatto di realtà, intelligenze e risorse locali. Dal basso e non dall'alto, dentro una sinergia di iniziative che sappia intrecciare una politica governativa che apre le strade, percorse poi da gente preparata, fiera delle proprie risorse, decisa a combattere fino in fondo. Come per le fragole e le pecore, di cui vi ho parlato.

 Ecco, questo è il messaggio che l'umile monaco san Leo rilancia ancor oggi, a mille anni esatti di distanza dalla sua morte. La tradizione infatti scrive che sarebbe morto il 5 maggio 998. Per questo la festa di quest'anno è stata particolarmente densa di solennità e commozione. Festeggiata parte nella città di Bova (sede di un'antica diocesi bizantina) e parte nei boschi di Africo vecchio. Con una concelebrazione in rito greco-bizantino, presieduta dall'Eparca cattolico di Lungo, mons. Ercole Lupinacci, con i due vescovi accanto: mons. Vittorio Mondello Arcivescovo metropolita di Reggio-Bova e la mia presenza, come Vescovo di Locri-Gerace. Una sensazione unica ti trasmettono queste liturgie orientali: incenso profumato, preghiere lunghe e bellissime, tintinnio di turiboli, canti in greco ed albanese, segni straordinari evocativi della presenza dello Spirito, l'Eucarestia non con il pane azzimo ma con il pane da tavola, sontuosi abiti liturgici. Una solennità che noi occidentali abbiamo perso, per rendere la nostra messa talvolta sciatta, in una mezz'oretta, senza un canto... .

 Ed è a queste radici della spiritualità basiliana orientale che si ispirava san Leo. Dentro questo filone, il canto e la preghiera, basi per la santità, diventano balsamo alle ferite del popolo. Accompagnati sempre dal lavoro manuale e dal servizio ai poveri. Un canto in dialetto ricorda infatti che san Leo trasformava la pece in pani. Cioè vendeva il frutto del lavoro delle sue abili mani e con il ricavato porgeva il pane ai poveri. Il miracolo dell'amore condiviso. Fatto dei tre doni che i monaci anche oggi riportano tra noi: la preghiera, il lavoro, il pane spezzato.

 E dentro quel ritorno alle sorgenti della spiritualità c'è stata anche la visita tra i ruderi di Africo vecchio. Si percorre un vecchio sentiero, ormai diruto. Perché la strada non c'è mai stata. Solo una mulattiera congiungeva l'abitato con Bova e quindi la costa. Quattro ore a piedi per Bova ed altre due per il mare. Un centro isolato e sperduto. Ma affascinante. Visitando le poche case rimaste in piedi, tra pietre consunte dal tempo e travi cadute, mi ha colpito la luminosità del luogo. Ed ho capito perché si chiama "africo". Deriva cioè dal nome latino "aprìcus ", che significa "soleggiato, esposto al sole...". Un paese solare, luminoso, ma poverissimo. Lo si percepisce da certe foto drammatiche conservate in libri dell'epoca, che fecero commuovere l'Italia tutta ... ma soprattutto dai racconti vivi della gente che lì ha tribolato. Quante ferite, dentro e fuori!

  Intanto i rovi ed i fichi hanno ormai conquistato il territorio. Ma quanto sarebbe bello se i giovani, che stanno riscoprendo quei luoghi, fossero in grado di ripulire, riordinare, dare dignità di paese e ... farne un centro turistico insolito e ardito?  Sogni? Forse si. Resta però il profumo di san Leo e l'intatta bellezza di una natura ringiovanita. Perché tutto può essere guarito dall'amore!

*recuperato grazie alla segnalazione di Lisa


il Quotidiano - Martedì 26 giugno 2007

AFRICO. SERATA DI POESIA ORGANIZZATA DA NUOVI ORIZZONTI E AFRICO.NET
VERNACOLO PER RISCOPRIRE LE RADICI

di Gianfranco Marino

AFRICO - Tra poesie in vernacolo e vecchi ricordi, fra la commozione per un amico e un compaesano venuto a mancare improvvisamente e le riproposizioni di uno spaccato di vita genuino e a tratti davvero poco contaminato da un progresso che a fatica sembra farsi largo fra la storia delle genti d’Aspromonte. È stata una serata all’insegna delle emozioni forti quella vissuta ad Africo qualche giorno addietro in occasione della rassegna di poesia in vernacolo dal titolo “Poetinqurtiere”, organizzata dal Circolo Culturale Nuovi Orizzonti e da Africo.net. La poesia dialettale come riscoperta delle proprie radici, come occasione per rivisitare le proprie tradizioni attualizzandole mantenendo un importante filo diretto con un passato ancora molto vicino e ben presente nella mente. Un’occasione per fare assaporare ai più giovani l’importanza e la valenza dei versi dialettali, recitati dai poeti di casa nostra come Luciano Nucera, Antonio Zurzolo, Franco Blefari, Antonio Mediati, Pasquale Favasuli, Giovanni Favasuli, Pietro Criaco, Antonio Criaco, fra le massime espressioni di un modo di fare poesia davvero genuino e molto profondo, intriso di significati diretti ed indiretti che hanno regalato uno spaccato della terra di Calabria, terra di grandi bellezze e di grande dolore, di fatiche e pianti, di lamenti e gioie, tutti sentimenti racchiusi magistralmente nei versi di questi uomini che attraverso la poesia riescono a esprimere l’intimo legame con le proprie radici. Moderatore della serata il poeta Giovanni Favasuli da noi raggiunto a fine serata. «Quella appena conclusa - dice Favasuli - è una serata in chiaro scuro, da un lato la felicità di vedere riuniti tutti i maggiori poeti di casa nostra, dall’atro una grandissima tristezza per la prematura dipartita del dottor Criaco, un grande amico a cui dedichiamo questa serata». Comprensibilmente soddisfatti anche gli organizzatori Domenico Criaco e Domenico Catanzariti del Circolo Nuovi Orizzonti. «Con l’iniziativa di questa sera - dicono - abbiamo cercato di dare spazio ai tanti poeti di casa nostra che ormai da anni si cimentano nella composizione di versi con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Naturalmente - concludono - serate come questa servono anche a creare socializzazione».


il Quotidiano - Martedì 24 luglio 2007

NEL PAESE DELLA GENTE CON GLI OCCHI NERI

Da Africo a Casalnuovo trekking per riscoprire la natura selvaggia e incontaminata dell'Aspromonte

di Gianfranco Marino

Da Africo a Casalnuovo: un trekking per riscoprire, con una natura selvaggia e incontaminata le antiche radici. “Gli Africoti odiano il mare. Un mare quasi sull'uscio di casa, blu carico, con bordi celeste Madonna e striature vinose“. La descrizione di Corrado Staiano, in un libro del 1979 che si intitola proprio “Africo“ è quanto mai eloquente e parla del dramma di un popolo, di gente dura, dagli occhi neri e profondi, dalla pelle del viso arsa dal sole e consumata dal gelo. Una storia di amore e odio, dolore e morte, tristezza e disperazione per un passato abbandonato sugli scuri e impervi declivi aspromontani, e un presente ed un futuro che parlano di spiagge bianchissime e mari cristallini, che spesso costituiscono una barriera invalicabile fra presente passato e identità umane che si trovano sempre in bilico, a tratti mimetizzate nella massa e omologate a una società che disperde sempre più le peculiarità della gente d'Aspromonte, a tratti invece rincorse da un'inspiegabile e forse ereditaria voglia di un ritorno alle origini e difesa della propria storia. Sono africoto e me ne vanto, dice il Poeta Gianni Favasuli - in uno dei suoi tanti componimenti, “lupo di montagna, cu scorcia dura e cori grandi“. Ripercorrere la storia di Africo vuole dire tornare indietro di oltre mezzo secolo, proprio su quelle montagne di cui parla Favasuli, nel dedalo di gole impenetrabili rischiarate dal biancore delle fiumare. Africo nuovo è certamente una realtà più vicina alle altre, ma la vecchia Africo così come si apprende dal racconto dei più anziani riserva sorprese uniche e lascia senza dubbio tanti interrogativi. È un viaggio alla scoperta di civiltà perdute, di memorie storiche legati a doppia mandata ad una data che per la gente di Africo rimane nel bene e nel male sicuramente storica, il 1951, anno in cui una grande alluvione ricordò agli africoti il loro particolare appuntamento col destino, decretando il trasferimento dell'abitato, dall'Aspromonte al mare, nei pressi dell'abitato di Bianco. Sono trascorsi con esattezza cinquantasei anni da allora, e della vecchia Africo non rimangono che pochi desolanti ruderi virtuali testimoni di una resa incondizionata. Il tragitto per gli amanti della natura, che porta da Africo Vecchio alla sua frazione Casalnuovo è avvincente non solo per gli amanti del trekking e della natura ma anche pere chi vuole capire l'intimo legame che ancora oggi lega la gente di Africo alla sua terra. Una volta raggiunta località Campi di Bova a 1300 metri di quota, inizia la discesa che dopo pochi chilometri ci porta a quota 940, località Carrà, territorio comunale di Africo. Le pochissime case di Carrà sono state costruite dopo l'alluvione e abitate fino ai primi anni sessanta. Carrà, per la gente di Africo “U Carrùsu“ si trova in un luogo inaccessibile, coperto da foreste di querce e castagni. Proseguendo da Carrà verso il greto del fiume, ecco comparire sul più bello le prime case di Africo, quasi confuse fra la vegetazione. Le costruzioni formano un corpo unico con la montagna. Siamo a 690 metri di quota, in uno dei luoghi più isolati dell'intero Aspromonte. La realtà di Africo è quella di una vita dura quasi ai confini della realtà. Una storia di uomini, donne, anziani e bambini, casolari e ricoveri per le bestie, vette innevate e gole profondissime. Dopo avere visitato i vecchi ruderi ormai quasi completamente ingoiati dalla macchia mediterranea ci si può trasferire in località Mingioia dove esiste una caratteristica chiesetta di epoca basiliana dedicata al culto di San Leo protettore del paese. Il tragitto riprende poi imboccando una pista appena percorribile a piedi che scende rapidamente fino a giungere i piedi di un torrente. Risalendo l'altro versante della montagna si giunge ai 755 metri della frazione Casalnuovo, un'altro piccolo nucleo abitato che guarda Africo dal versante opposto della montagna. A Casalnuovo c'è ancora qualche pastore, il centro, anche se quasi del tutto abbandonato si conserva comunque meglio rispetto ad Africo, anche perché fino a circa venti anni fa era discretamente abitato, basti pensare che, fino ai primi anni novanta c'era addirittura un piccolo ufficio postale. Chi passa da queste parti non può fare a meno di chiedersi come si potesse vivere in posti praticamente isolati dal resto del mondo e davvero difficilmente raggiungibili. Le prime sconcertanti immagini della realtà di Africo furono quelle regalate al mondo dagli scatti di fotografo Tino Petrelli, 1928, fotogrammi e scorci di una vita vissuta al limite, una vita che oggi sembra davvero molto lontana, ma che alo stesso tempo rivela fotogrammi di un passato che non può e non deve essere dimenticato, perché è davvero difficile vivere a pieno il proprio presente e il proprio futuro senza avere piena consapevolezza del proprio passato. “Sugnu africotu, lupu di montagna“ dice Gianni Favasuli, lui che come pochi riesce a interpretare la sofferenza e la dignità di questa gente, col cuore di chi la storia di Africo l'ha vissuta, e con la consepevolezza di chi sa che una nuova storia per Africo deve necessariamente essere riscritta.

Un po' di storia
L'accanimento di terremoti e alluvioni

Africo è un centro dell'Aspromonte fondato nel IX secolo A.C. dagli abitanti di Delia, o Deri, colonia locrese situata forse alla foce della fiumara San Pasquale. Fu, tuttavia, Casale di Bova, e fino alla caduta del feudalesimo (1806) appartenne all'Arcivescovo di Reggio al quale era stato affidato nel 1195 da Arrigo VI in riconoscimento della sua condotta durante la conquista della Sicilia. Fu colpito dal terremoto del 1783 che provocò la morte di sei persone e produsse danni per ottantamila ducati. Per l'ordinamento disposto al tempo della Repubblica Partenopea fu considerato autonomo ed incluso nel Cantone di Bova, cui rimase con la stessa qualifica nell'ordinamento francese del 1806, che pur gli attribuiva il villaggio di Casalinuovo, ed in quello borbonico del 1816. Fu danneggiato dal terremoto del settembre 1905, ed ancora da quello del 1908. Nel 1930 fu disposto il consolidamento dell'abitato a totale carico dello Stato. Qui si trova l'antico monastero di San Leone d'Africo detto più semplicemente monastero di San Leo (di cui si conserva una reliquia). Le alluvioni del 1951 e del 1953 hanno tragicamente distrutto l'abitato costringendo la popolazione a cercare riparo altrove. Per arrivare ad Africo si può seguire la via Bova Marina-Bova-Campi di Bova.


il Quotidiano

INAUGURATO AD AFRICO ALLA
PRESENZA DELL'AMMINISTRAZIONE
COMUNALE IL NUOVO INGRESSO
DEL PAESE

di Gianfranco Marino

Inaugurato ufficialmente lunedì mattina ad Africo, in concomitanza delle celebrazioni della festa di San Salvatore, il nuovo ingresso al paese. Alla cerimonia ha presenziato il consiglio comunale al completo, con in testa il neo Sindaco Domenico Versaci. Durante la cerimonia sono stati posizionati all'ingresso del paese due blocchi di pietra granitica proveniente da una cava di Lazzaro uno raffigurante lo stemma del paese, l'altro appositamente bagnato dall'acqua sorgiva all'apice. I due blocchi di pietra, nel corso della cerimonia di inaugurazione sono stati posizionati su un terrapieno appositamente costruito, grazie anche – come sottolineano gli amministratori - allo spirito di collaborazione degli addetti del comune e dei lavoratori socialmente utili che hanno lavorato incessantemente anche fuori dal normale orario di lavoro affinchè l'opera potesse essere ultimata nel tempo utile a far coincidere l'inaugurazione con la festa di San Salvatore. Nel discorso iniziale, il Sindaco rivolgendosi ai cittadini intervenuti si è augurato che questo possa fungere da simbolico ed importante viatico a tutta una serie di opere programmate per il suo mandato. La posa di queste due pietre all'ingresso del paese –ha precisato proprio Versaci – deve essere un ideale simbolo della volontà di continuare presto e bene il percorso intrapreso, un percorso che non potrà prescindere dala collaborazione della cittadinanza. All'augurio del Sindaco si è associato oltre a quello delle associazioni presenti, anche quello del poeta Francesco Favasuli.


il Quotidiano

POETI IN PIAZZA HA APERTO UFFICIALMENTE IL CARTELLONE DEGLI EVENTI PROGRAMMATO PER L'ESTATE AFRICESE 2007
DAL CIRCOLO NUOVI ORIZZONTI

di Gianfranco Marino

È stato un appuntamento all'insegna della cultura e della tradizione quello di martedì scorso ad Africo. Poeti in Piazza, questo il titolo della serata che ha dato inizio al cartellone di appuntamenti per “l'Estate Africese“ duemilasette, organizzata dal Circolo Culturale Artistico “Nuovi Orizzonti“, da Africo.net., dalla Pro Loco con il patrocinio dell'amministrazione comunale del centro ionico. In piazza ad Africo si sono dati appuntamento alcuni fra i maggiori poeti dialettali della provincia reggina, fra cui Pasquale e Gianni Favasuli, Franco Blefari e Pasquale Zurzolo. Sotto l'attenta regia del prof. Pasquino Crupi, per l'occasione moderatore della serata. Comprensibilmente soddisfatti gli organizzatori dell'incontro. Appuntamenti del genere - dicono Domenico Criaco e Domenico Catanzariti – del circolo culturale “Nuovi Orizzonti“ hanno per noi una grande importanza, da un lato un'immancabile valenza culturale, dall'altra si fanno importante momento di incontro e di riscoperta delle tradizioni. La poesia come mezzo di crescita culturale e civile, la poesia come punto di partenza per recuperare una partecipazione alla vita di piazza, un obiettivo che ci siamo prefissati e di cui il paese di Africo ha davvero bisogno. Quello di martedì – concludono Criaco e Catanzariti – è stato solo il primo di una lunga serie di eventi previsti dal cartellone delle manifestazione estive che terranno compagnie alla gente di Africo e a quenti vorranno partecipare per tutto il mese di Agosto, appuntamenti fra i quali spiccano anche alcune serate di cine forum a tema variabile dedicato a tutte le fasce di età.


il Quotidiano - Mercoledì 15 agosto 2007

Bruzzano . Legambiente sul “Kaptan“ arenatosi a febbraio

«VIA QUEL RELITTO DALLA COSTA»

Barillà : « La Procura dissequestri la nave»

 

E' giunta a Legambiente la risposta della Prefettura di Reggio Calabria in merito al- l'imbarcazione “Kaptan Ba- lik Cilik“ arenatasi lo scorso febbraio sulla spiaggia di Ca- po Bruzzano del Comune di Bianco.

«Infatti, lo scorso luglio Nuccio Barillà del direttivo nazionale di Legambiente - ricorda l'ufficio stampa del Cigno verde - in una nota inviata alla Prefettura aveva sollecitato un autorevole intervento da parte dell'allora prefetto reggino Luigi De Sena finalizzato alla rimozione del relitto navale abbandonato, a seguito di uno sbarco di immigrati clandestini, già da diversi mesi sulla spiaggia del litorale jonico reggino».
Al riguardo, la Prefettura ha comunicato di «avere inoltrato il necessario nulla- osta alla Procura della Repubblica, ai sensi della Circolare 13 febbraio 2003 della presidenza del consiglio dei ministri concernente le imbarcazioni utilizzate per rea- ti di immigrazione clandestina». «Ora spetta alla Procura - dichiara oggi Nuccio Barillà - dissequestrare il relitto e interessare l'agenzia delle Dogane per la sua demolizione».

«L'avvio inoltrato della stagione turistica - continua Nuccio Brillà - rende ancora più urgente un intervento per liberare da questo ingombrante e antiestetico corpo estraneo la spiaggia ricadente nel territorio tra Ferruzzano ed Africo, ma di pertinenza del Comune di Bianco. Peraltro la presenza incustodita di questa imbarcazione pone comprensibili problemi di sicurezza e potrebbe essere causa di eventuali incidenti». «Va ricordato, - torna a spiegare, poi, l'ufficio stampa da Legambienete - che l'imbarcazione arenatasi va ad intaccare la bellezza incomparabile di una spiaggia che, grazie all'iniziativa di Legambiente, per le sue pe- culiarità naturalistiche paesaggistiche e storico-archeologiche è stata inserita tra le 10 spiagge più belle d'Italia con l'assegnazione nel 2005 del premio “La più bella sei tu“».


il Quotidiano - venerdì 26 ottobre 2007

Nuova veste per il sito Internet dell’antico centro

NELLA RETE AFRICO IERI E OGGI
SI RINNOVA IL PORTALE DEL BORGO

di Gianfranco Marino

 

AFRICO - Da qualche giorno Africo.net ha una nuova veste grafica, nuovi contenuti e soprattutto nuovi obiettivi, su tutti veicolare attraverso il web una realtà umana dalla forte esigenza di confrontarsi e crescere sul piano civile e sociale. A confermarlo sono i responsabili del sito che da ormai qualche anno rappresenta una novità nel campo del web, e soprattutto una novità per Africo che anche grazie a questo sito ha potuto regalare uno spaccato della sua realtà quotidiana ai tanti africesi lontani e a quanti, amanti di internet navigano assiduamente alla ricerca di notizie. Dopo la positiva esperienza del sito - dicono i promotori dell'iniziativa - ormai da qualche tempo si avvertiva l'esigenza di rinnovare la nostra iniziativa arricchendola con una nuova veste grafica, con nuovi contenuti e soprattutto rendendola fruibile in modo più comodo per gli utenti. Finalmente dopo alcuni ritardi rispetto ai nostri programmi iniziali africo.net ha una nuova veste grafica, già disponibile per gli amanti del web ormai da qualche giorno.

Come sempre - concludono gli amministratori del sito - nelle varie sezioni si possono trovare tante curiosità di carattere geografico, politico, sportivo e culturale, tante piccole notizie e suggerimenti che contribuiscono ad avvicinare la nostra realtà a tante altre che hanno già fatto dello strumento informatico un importante volano di crescita civile e sociale. Ricerchje storiche, gallerie fotografiche, ritagli di giornali e un archivio dentro cui è possibile trovare una serie importante di dcomenti sulla storia di Africo. Un portale che conta sulla collaborazionedella Pro Loco e dell’associazione Nuovi Orizzonti. Un’operazione che rende giustizia alla storia del paese locirdeo e che offre uno spaccato vivido dei volti e della gente, dai bambini degli anni Quaranta alle immagini più belle della vita quotidiana di un tempo. Il portale è un ottimo strumento per i visitatori e per la gente di Africo e recupera un pezzo di storia mettendolo a disposizione di tutti, con dovizia di note bibliografiche e riferimenti a studi e ricerche condotte negli anni. Un modo facile e veloce per scoprire Africo. Gianfranco Marino