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FILM TERRAROSSA (1985)

Film Terrarossa del 1985 di Pietro Criaco

Locandina proiezione Film Terrarossa del 1985 di Pietro CriacoUna scena del Film Terrarossa del 1985 di Pietro Criaco
Il film nasce nell'ormai lontano 1985 ispirato da una coinvolgente lettura del romanzo di Saverio Strati, LA TEDA da parte del regista Pietro Criaco. Oltre ad aver ricevuto alcuni premi fu proiettato al Festival Cinema Giovani a Torino, nell’ottobre del 1985 dove fu un inaspettato e straordinario il successo di pubblico, con una sala gremita fino all’inverosimile.

Dopo il recente restauro del colore e del suono da parte del regista, il giorno 11 agosto 2015 è stato proiettato in piazza ad Africo, alla presenza di un folto pubblico e di quasi tutti gli attori che vi avevano partecipato allora. E' stato un momento di emozionante condivisione ancora una volta, dopo trent’anni.

Ecco i personaggi e gli attori che hanno partecipato: Cicca (Maria Criaco), Mastro Filippo (Giuseppe Talia), Mastro Costanzo (Leo Moio), Mastro Cosmo (Gioacchino Talia), Mastro Gianni (Antonio Modafferi), Biasi (Francesco Maviglia), Santoro (Bruno Morabito), Ciccio (Leo Bruzzaniti), Peppino (Pasquale Favasuli), Bruno (Antonio Criaco), Ngela (Rachele Violi), Catuzza (Caterina Talia), Mastro Cola (Domenico Modafferi), Carmela (Maria Palamara), Michele (Salvatore Talia), Podestà (Andrea Criaco), Segretario Politico (Giuseppe Lucisano), Farmacista (Gaetano Morabito), Assunta (Rosa Larizza), Medico (Giuseppe Favasuli), Popolani (Agata Talia, Domenica Autelitano, Domenico Marte, Pasquale Criaco e Bruno Bruzzaniti), Testo e musica Canzone terrarossa Pietro Criaco, testo e musica questo tempo di mezzo Antonio Criaco, Fotografia Pietro Falcomatà e Bonaventura Maviglia regia Pietro Criaco, Produzione cooperativa cinematografica Il Grido anno luglio 1985.

 

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Traccia audio TERRAROSSA - TESTO DELLA CANZONE

 
 

DOCUFILM "AFRICO, L'IDEA CHE CI UNIVA"

DocuFilm Africo, l'idea che ci univa

Locandina proiezione DocuFilm Africo, l'idea che ci univa

La ricostruzione di Africo a circa settanta chilometri dal sito originario dopo l'alluvione del '51. Senza un’identità, sradicati dalla loro terra, senza lavoro né prospettive, le cronache ci consegnano un popolo sofferente che non riesce ad integrarsi. Cominciano le lotte per l’occupazione, la costruzione della stazione, il diritto allo studio. Africo è un esempio per gli altri paesi in lotta. Gli scioperi, le manifestazioni di piazza sempre più numerose, la resistenza ai soprusi, alle cariche della polizia, danno di Africo l’idea di un paese unito e fermo nel portare avanti le proprie lotte. Nelle testimonianze dirette, le persone spiegano che quell’idea di unità e di azione comune, era dettata dal BISOGNO, “u bisognu”, dal livellamento delle classi sociali, e soprattutto per assicurare alle nuove generazioni una vita più dignitosa. Nel suo famoso libro “AFRICO”, Corrado Stajano scrive: “Non è una protesta individuale o di pochi fuorviati ma una protesta di massa. I cortei che passano per i viali di oleandri della costa jonica, sembrano modesti se confrontati ai cortei di quegli stessi anni delle città industriali. Ma ogni giovane con un cartello, uno striscione o uno slogan, rappresenta una famiglia, porterà a casa un altro modo di pensare, romperà schemi secolari di giudizio, riuscirà forse a far discutere e dubitare i padri e le madri a distoglierli dalla mentalità corrente ed è proprio per questo chel’autorità costituita teme più di ogni altra cosa”. Per non parlare delle intimidazioni verso chi si ribellava, il confino, il carcere preventivo, le perquisizioni, le schedature di chiunque cercava di smascherare il sistema clientelare, politico-mafioso.

 

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SPOT "L'AMORE VINCE SU OGNI COSA"

DocuFilm Africo, l'idea che ci univa

 

Sara (Mahboubeh Nematollahi) è stanca della vita che conduce. Il suo compagno (Mohammad Nategh) è dedito al gioco e non si cura molto di lei. Dopo l'ennesima discussione lei decide di andarsene via. L'indifferenza del compagno la ferisce nel profondo. Non erano quelle le aspettative, i progetti, i sogni che avevano fatto insieme. Tuttavia qualcosa accade. Forse c'è solo un modo per evitare il precipizio.

 

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IL LIBRO VIA DALL'ASPROMONTE

Libro di Pietro Criaco Via dall Aspromonte

Presentato da pochissimo il libro di Pietro Criaco "Via dall'Aspromonte" edito da Rubbettino. Andrea, un bambino di Africo che racconta in prima persona del suo paese isolato sull’Aspromonte, dove negli anni ’60 non c’è ancora la luce elettrica né un medico per curare la gente. Alcuni paesani, guidati dal padre di Andrea, decidono allora di costruire una strada di collegamento con i paesi costieri poiché essa rappresenta il sogno, l’idea, la sopravvivenza, il tramite per conoscere altra gente e altre culture. Naturalmente ci sono quelli che per motivi diversi si oppongono a questo progetto: il sindaco della Marina perché ha troppi interessi politici e il malavitoso Don Totò che intende mantenere il suo potere sul territorio. Mentre si snodano le vicende legate alla costruzione della strada, Andrea vive i momenti ideali dell’infanzia e dei primi rossori, e comprende, man mano che la storia si sviluppa, che anche quando le speranze sembrano svanire ci può salvare soltanto l’utopia. Romanzo delicato, come lo sguardo del protagonista che si affaccia sul mondo, e malinconico, per la consapevolezza che i problemi del Sud sono quelli di sempre. Una storia ben scritta e coinvolgente che fa emozionare e riflettere.

Link allo store Rubbettino

 

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"Tutto girava intorno a mio padre ed io ero la luce dei suoi occhi. Lo capivo dal suo sguardo, dai suoi atteggiamenti.Erano i giorni della vita e del sole, della luce e dell'aria.Tutto brillava intorno a me che vivevo di piccole cose, di granelli, di pulviscoli quasi invisibili. Tutto era per me come una festa. E poi c'era la fiducia di mio padre, il collante perfetto per superare tutti gli ostacoli. Era come volteggiare nell'aria con le farfalle di maggio. C'erano i canti delle donne, i discorsi con Andrea lo spaccapietre e la nostra, prima e unica strada da completare. E alla fine, sopra tutto questo, c'era mio padre che troneggiava come un gran condottiero, che lottava per la libertà del suo popolo"

Da "Via dall'Aspromonte"


TERRAROSSA

Lessi il libro di Saverio Strati, “La teda”nei primi anni ottanta. Già il titolo  catturò la mia curiosità perché ad Africo, “a deda” era una scheggia di pino che si conficcava tra una pietra e l’altra, per illuminare le case.

La lettura fu coinvolgente fin dalle prime pagine. La magia delle parole, quel verseggiare quasi biblico,  quel mondo sommerso eppure reale, mi convinsero della possibilità di realizzare un film.   Io all’epoca, avevo appena frequentato un breve corso di cinema a Torino e come attrezzatura di ripresa, potevo contare soltanto su una telecamera comprata a rate. 

Senza una produzione dietro, senza una lira ma con un entusiasmo straordinario, cominciai a scrivere la sceneggiatura. Non avevo neanche una macchina da scrivere e le battute erano affidate a dei fogli volanti scritti a mano. Gli attori, per così dire, erano tutti africesi, amici coi quali condividevo il cinema dei sognatori, ad ogni estate.

I fogli passavano da una mano all’altra e diventavano momento conviviale, gioioso; le parole di Strati, passavano di bocca in bocca e diventavano pantomima, ironia, musica e paradosso esistenziale. Quando ci incontravamo per strada, inevitabilmente veniva fuori qualche battuta del film e questo mi incoraggiava ad andare avanti, perché mai avrei dimenticato quella loro luce negli occhi, quel senso recondito della vita che ci legava. Era come un sottile filo rosso che alimentava le speranze, ci rendeva intrepidi, forti e orgogliosi di quel figlio, il film, che stavamo allevando con cura.

Per non parlare del set che era una scuola di vita. Quando arrivavamo a Ferruzzano superiore, la gente ci accoglieva calorosamente. Una signora in particolare, mise a disposizione la sua casa, per permettere agli attori di indossare gli abiti di scena. Prima le donne,  poi gli uomini e per ultimi i ragazzi. Era una festa, un susseguirsi di battute divertenti; ognuno vantava il vestito che si era procurato per la scena.

Il momento delle riprese era magico. Per la prima volta, gli attori si esibivano davanti ad una telecamera, Ognuno provava le battute perché non voleva fare brutte figure. Sapevano che non ci sarebbe stato un montaggio ulteriore e ogni ripresa non poteva essere ripetuta. Il montaggio in macchina era una pratica diffusa tra noialtri cineasti dilettanti. C’era allegria, partecipazione, voglia di fare. Gli attori non si limitavano a recitare, davano consigli, mimavano i gesti e suggerivano il tono di voce a quelli che dovevano essere ripresi.

Ricordo in particolare una scena in cui un ragazzino durante la ripresa, venne punto da una vespa al braccio ma lui non urlò ma aspettò lo stop della macchina da presa prima di strillare per il dolore.

Il film cresceva e anche noi diventavamo parte di un’dea comune; noi eravamo il sogno che travalicava il senso della vita, i problemi che ci affliggevano, i soldi che erano sempre di meno.

L’ultima scena del film fu girata in contrada Stranieri, ad Africo. Erano le nove di sera e sul set era calato il buio. Mastro Filippo, il protagonista, rischiarava la scena con una scheggia di pino illuminata. Erano le ultime battute, un viaggio lungo due mesi che era arrivato alla conclusione. E quando arrivò lo stop, le urla di giubilo si alzarono nell’aria fino a sommergerci. I sorrisi, le pacche sulle spalle, le incitazioni e la soddisfazione per quello che avevamo fatto, sono ancora qui, dopo trent’anni, a testimoniare qualcosa che ci appartiene.

Quella sera stessa, verso mezzanotte, proiettammo il film davanti ad un pubblica accorso alla spicciolata, e il mondo ci attraversò con folate di vento leggero.

Il film Terrarossa, fu proiettato al Festival Cinema Giovani a Torino, nell’ottobre del 1985 e fu uno straordinario successo di pubblico, con una sala gremita fino all’inverosimile. Neanche io, mi capacitavo per quello che mi stava succedendo.


 L’INCONTRO CON SAVERIO STRATI

Telefonai a Strati con il cuore in tumulto. Non sapevo da dove cominciare. Spiegai alla meglio che avevo girato un film tratto dal suo romanzo “La teda”.  Lui mi parlò con voce pacata e si disse contento di incontrarmi e mi diede tutte le istruzioni per raggiungere la sua casa a Scandicci, un piccolo centro alle porte di Firenze. 

Ricordo ancora adesso le prime parole che mi disse quando arrivai sul pianerottolo di casa sua.

- Come mai così tardi?

Gli sorrisi, disarmato davanti al suo tono burbero. Compresi che mi aspettava da chissà quanto tempo e che quindi era ansioso di vedere cosa avevo combinato con il suo libro.

Mi fece entrare nel soggiorno e mi fece segno di sedermi.

Cominciammo a parlare e io gli spiegai ancora meglio delle difficoltà che avevo incontrato nella realizzazione del film Terrarossa. Gli dissi che quello era il mio primo lungometraggio e che il suo libro mi aveva folgorato fin dalle prime battute.

A quel punto aprii il borsone tirai fuori il mio videoregistratore. Lui rimase taciturno mentre preparavo i collegamenti con il suo televisore. E quando fu tutto pronto, ci sedemmo vicini e nel più assoluto silenzio assistemmo alla visione del film.

Inutile dire che ero emozionato. Stare vicino allo scrittore mentre le immagini e le voci dei personaggi si susseguivano sullo schermo, era per me un’esperienza unica e incredibile. Ogni tanto lo guardavo di sottecchi per capire se la rappresentazione filmica gli trasmetteva qualche sensazione percettibile ma non notai nulla. 

Dopo un’ora e mezza, il film terminò e io cominciai a staccare i cavi di collegamento e a riporre il materiale dentro la borsa.

Strati si alzò e mi offri un succo di frutta. Ci sedemmo e finalmente il tanto temuto giudizio arrivò. Parlò poco tutto sommato, com’era nel suo stile e mi disse che il film gli era piaciuto anche se avrei potuto caratterizzare meglio il personaggio di mastro Costanzo. 

Non potevo spiegargli che io non ero nessuno e che i miei attori non avevano mai visto una telecamera prima di allora. 

Prima di salutarci mi chiese se potevo lasciargli una copia del film e io gliela consegnai.

Un anno più tardi, diedi una copia del film anche a Walter Pedullà(amico di Strati) che allora era Presidente della RAI. Non mi contattò mai.

Parecchio tempo dopo, venni a sapere che il regista Giorgio Molteni, aveva appena girato in un paesino della Liguria, il film Terrarossa, liberamente tratto dal romanzo di Saverio Strati “La teda”.

La differenza era che io il film l’avevo girato ad Africo, in Calabria, lui invece in un paesino sperduto della Liguria.

Io ero senza una lira mentre lui ha avuto una produzione dietro con l’aggiunta dei finanziamenti dello Stato.

A me resta comunque l’orgoglio di aver realizzato un’opera che va oltre ogni fine commerciale. 

Come posso dimenticare le parole che dice mastro Filippo, il protagonista del mio film, nelle ultime scene del film?

“ Sì, andrò via presto da Terrarossa.

Un film restaurato e proiettato in piazza ad Africo, l’11 agosto 2015.

 DOPO TRENT’ANNI! 


TESTIMONIANZA DI PASQUALE FAVASULI

"Terrarossa è un ricordo importante, un’esperienza bellissima. Eravamo in tanti, tutti di Africo. Sono passati tanti anni , sembra quasi ieri ma non scorderà mai quei momenti. Ci siamo emozionati nell'interpretare la nostra storia, perché Terrarossa rappresenta le nostre radici, le nostre tradizioni.

Il regista Pietro Criaco, mi affidò il ruolo del poeta di strada, ed io recitai una delle mie poesie.

AFRICU VECCHJU

Africu vecchju vogghju i ti salutu
o pajisegliu di nostri ntenati
pe tanti genti tu fusti sperdutu
pe mia eri la megghjiu cittati.
E penzu a li to casi e a li to strati
i ceramegli ch' eranu mpenduti
e a li canzuni, all'umanitati
a li jocati a murra e a li mbivuti.
Poi ti bbandunammu pe na sorti
chi ndi portau luntanu ad atri parti
a ttia ffidammu nui i nostri morti
e di la pisca ndi mparammu l'arti.
Ora nda chisti tempi Diu chi mbrogghji
u cori meu penza e si ssuttigghjia,
pasta e carni ma mangiu e na vogghjiu
mi sfamu cu ricordi di canigghjia.
Sugnu comu nu vecchiu bbandunatu
luntanu i tia non ndaiu cchi a vita
ora mi trovu a menzu a nu mercatu
ma nta li bbuggi non ndaiu munita.

Pasquale Favasuli


TESTIMONIANZA DI MARIA CRIACO

Avevo vent'anni quando partecipai alla realizzazione di Terrarossa, mi ricordo ancora oggi il primo ciak e l'euforia delle prime scene, eravamo quasi increduli della magia di quelle immagini che riportavano alla memoria di chi li ha vissuti veramente il ricordo di un'altra vita. Nonostante la mia giovane età, sentivo particolarmente forte il richiamo verso un mondo che avevo conosciuto tramite i racconti dei nonni e dalle pagine del libro di Saverio strati "La Teda". 

Buio.
Silenzio.
Da un grande manto nero
timidamente ad una ad una fanno capolino le stelle...
sembra quasi chiedano scusa per il loro ritardo.
Gli ultimi rivoli d'acqua lavano via ogni odore di vita.
Una folata di vento penetra tra gli usci delle case
rese ormai fatiscenti dalle ultime intemperie,
soffiando disperde paura, rabbia, bestemmie.
Vento freddo, secco, attraversa valli e dirupi
e danzando furiosamente tra costoni di rocce,
testimoni di albe contadine che forgiano
con la loro presenza il mutare delle stagioni.
Vento che attraversa il tempo,
restituisce granelli di un mondo arcaico dai colori ingialliti.
Frutto del ricordo,
passato da bocca in bocca
come fiato prezioso
che non vuole abbandonare il corpo morente.
Ricco di appartenenza, caparbio e forte.
Soffia lontano semi e terra d'ombra,
diffondendo germogli preziosi
come gemme brillano di calda luce
illuminando il fuoco della memoria.
Terrarossa, radici.
Terrarossa il sogno.


TESTIMONIANZA DI LEO MOIO

Mi ricordo benissimo del film Terrarossa, girato nell’estate del 1985. Eravamo giovani allora, pieni di vita e di entusiasmo, e quel film è rimasto per sempre nella nostra memoria. Mi vengono in mente i visi dei bambini, degli anziani e dei giovani che erano desiderosi di partecipare a quell’evento speciale. Adesso mi sembra quasi un sogno ma è stato tutto vero, allegro, vivo, STORICO!

La partecipazione della gente del paese di Africo è stata entusiasmante. Recitavano con spontaneità, anche se erano in presa diretta e non avevano mai visto una telecamera. Sembravano degli attori nati e ad ogni ripresa, chiamavano gli amici per farsi ammirare. Amavamo i luoghi scelti per il set, Ferruzzano Superiore innanzitutto, oppure la contrada Batia o ancora meglio, contrada Stranieri, dove abbiamo girato la scena dei popolani che protestavano contro il podestà e i suoi accoliti. 

Quando si doveva girare una scena, non c’erano difficoltà perché bastava un semplice passaparola e tutti accorrevano numerosi, donne, anziani, bambini. Mica venivano perché c’erano soldi da guadagnare! Niente affatto!  Per loro, recitare e stare insieme era come una festa. C’era la telecamera con la videocassetta incorporata e tanto entusiasmo. A volte dopo le riprese, Pietro ci offriva delle bottiglie di birra perché eravamo stanchi e accaldati.

Per concludere, posso dire che la finzione scenica ci aiutava a cercare un altro senso di giustizia dopo le lotte, i soprusi e l’abbandono in cui il nostro paese era relegato. Con quell’impresa che sembrava impossibile, l’esperienza corale e il sogno comune, forse volevamo dimostrare che si poteva fare cultura ed emanciparci, perché realizzare il film Terrarossa, significava per noi, aprire la mente al mondo.


Testo della canzone TERRAROSSA

Simu genti dilla montagna
e lu coraggiu ndi ccumpagna
pe nostri diritti e lu nostru pani
na luci i speranza po domani
na luci i speranza po domani.
A Terrarossa rrivau la guerra
e i megghju giuvani si li pigghjau
tra la fatica e la miseria
e lu podestà chi ntrallazzau
e lu podestà chi ntrallazzau.
E a farina sa mangia u patruni
ma vinni fatta tra milli suduri
e i nostri figghijoli chi sempri soffriru
ndavi i nci damu u pani nigru
ndavi i nci damu u pani nigru.
E si lla genti dilla montagna
è forti e combatti e smetti i si lagna
vinci a so lotta cuntra a tutti i podestà
e trova a strata pa so libertà
e trova a strata pa so libertà. 


 AFRICO L'IDEA CHE CI UNIVA

Alcune immagini tratte dal docufilm "AFRICO, L’IDEA CHE CI UNIVA"


PRESENTAZIONE

Quando ho visto per la prima volta le foto di Tino Petrelli sulla vita e le condizioni della gente di Africo Vecchio nel 1928, non ho chiuso occhio per tutta la notte. Quei volti, e la pelle cotta dal sole, lo spazio ridotto delle abitazioni, gli animali che vivevano in casa, le scarse condizioni igieniche, mi hanno profondamente colpito. Mi sembrava inconcepibile che si potesse vivere a quel modo. Trovavo inquietante l’assenza totale delle “ISTITUZIONI”. Le foto che avevo davanti, mi parlavano di un popolo abbandonato a se stesso, senza prospettive, lontano da ogni forma di civiltà. Tuttavia, notavo che nonostante l’indubbio valore storico e sociale che le foto rappresentavano, i Media le guardavano come se fossero delle cartoline illustrate, da guardare e archiviare, travolti come si è, dalla vita di tutti i giorni. Quello che registravo era la mancanza di un contesto storico e culturale in cui collocarle. Non staccate l’una dall’altra, senza un ordine preciso, ma inserite in una storia più organica e concreta. Sentivo la necessità di esplorarle in modo più approfondito, quasi volessi entrare dentro ad ogni finestra e sentire le voci, i respiri, l’alito del vento. Quindi ho stabilito diversi temi: la scuola, le condizioni igieniche, l’isolamento, l’arrivo ad Africo del Senatore Umberto Zanotti Bianco. Le foto cominciavano a prendere vita e raccontavano una storia in modo più scorrevole e funzionale. Ricostruivano un vissuto sociale che in seguito la rappresentazione filmica rendeva ancora più coinvolgente. Negli anni ho intervistato diverse persone che a vario titolo, hanno riempito con la loro testimonianza, i vuoti che impedivano una visione più completa su come si erano svolti i fatti. Il racconto vibrante sull’alluvione del 1951, tanto per cominciare. Le malattie, i morti, l’esodo forzato. Alcune famiglie non erano per nulla d’accordo a stabilirsi in marina. Tuttavia alla fine, dopo varie vicissitudini, dovettero adeguarsi. Gli anni passati a Lazzaretto o al seminario di Bova Marina dove i profughi  rimasero per tredici anni. Tutto ricostruito con la voce diretta dei protagonisti. Un vuoto che tuttavia non è stato colmato del tutto. Qualcosa è rimasto sotto la superficie, forse un alito, un sussurro o una vecchia cicatrice che ogni tanto si risveglia.

AFRICO, LA STORIA

Africo, villaggio regio, sorto nel territorio di Amandolea in Calabria, non ha lasciato segni nella storia, malgrado una lingua ricca di antiche reminiscenze. Situato a quasi 700 metri di altezza sul livello del mare, era privo di strade di collegamento con l’esterno; non c’era il medico né le  medicine per curarsi. Al posto della luce elettrica, c’era la deda: schegge di pino che illuminavano le case. Per arrivare ad Africo erano necessarie sei ore di cammino con gambe ben allenate. Nel terremoto del 1908, solo 15 case su 135 rimasero intatte, 20 case crollarono, 30 distrutte, le altre rimasero lesionate. Su una foto, scattata da Umberto Zanotti Bianco, si vedono quattro uomini a cavallo di una trave. Sotto di loro ci sono le rocce, le pietre del fiume Aposcipo, (aposkepos), che in greco  vuol dire, “luogo non protetto”. La trave spessa 25 centimetri e lunga 10 metri, che unisce due i versanti della montagna, a 8-9 metri sul livello dell’acqua, è una metafora molto forte che mette in evidenza, il senso precario della vita di quella gente, ci dimostra quanto era forte il loro isolamento e soprattutto quanto il futuro fosse incerto. L’acqua si trovava giù nel fondovalle e serviva per tutto, bere, lavarsi, mangiare. Le abitazioni erano senza finestre, ambienti unici di tre o quattro metri per lato, alti due. La gente preferiva sostare per le vie del paese, piene di fango, piuttosto che stare in casa dove non c’era spazio sufficiente né sedie per sedersi. La mortalità in genere e quella infantile in specie, era assai notevole. Nel 1927, ci sono stati 41 nati contro 41 morti di cui 25 sotto i 4 anni. Molte le malattie, forme reumatiche deturpanti, molti i malati di occhi. Sono stati accertati circa 800 casi di malati di gozzo.  Non c’era la levatrice, non c’erano servizi di farmacia. Per il medico di Bova, arrivare ad Africo era un’impresa quasi impossibile. Gli animali vivevano in casa in simbiosi con le persone e al posto dei letti c’erano dei pagliericci riempiti con foglie secche di granturco. Le scarpe, le famose “calandrelle”, si ottenevano con la pelle di bue che prima veniva fatta seccare, poi si tagliava a strisce. Il pane di Africo ha fatto il giro del mondo. Era un elemento quasi esclusivo, fatto di lenticchie, cicerchie, orzo, dal gusto acido ed amaro. Il consumo della carne era quasi nullo, scarsissimi i grassi, pochi i legumi, mediocre il consumo del formaggio di capra.


LA SCUOLA

I bambini erano costretti a fabbricarsi l’inchiostro con acqua e nero fumo. La scuola era in condizioni pessime, le aule sconquassate baracche. Per un maestro erano necessarie sei ore di mulo per arrivare ad Africo. In un unico stanzone c’erano bambini di età varia che formavano la famosa pluriclasse, con alunni dalla prima alla quinta. Per un maestro erano necessarie sei ore di mulo per arrivare ad Africo.

LE CONDIZIONI IGIENICHE

Gli abitanti vivevano in promiscuità con gli animali. Le galline, la capra e il maiale, erano essenziali per la loro sussistenza. Non c’erano ovviamente servizi igienici di nessuna natura. In una famosa foto di Umberto Zanotti Bianco, si vede una donna ammalata stesa sul suo pagliericcio. Vicino a lei c’è una capra legata e un vecchio con lo sguardo perso nel vuoto. L’ambiente è misero e poco confortevole e la capra con il suo latte, rappresenta forse l’unica fonte di sostentamento. Testimonianza di Antonio Macrì di Bianco. Io e un mio amico, ci siamo recati ad Africo Vecchio per conto dell’Ufficio d’Igiene di Bianco, dove il medico Muscolo formava le squadre. In spalla portavamo le bombole cariche di disinfettante. Al nostro arrivo, la gente scappava e si nascondeva in casa, forse per il nostro aspetto(indossavamo una tuta protettiva), o per il semplice fatto che eravamo forestieri. Soltanto dopo varie sollecitazioni, alcuni presero coraggio e si presentarono davanti a noi. - Chiudete gli occhi, - gli urlavo prima di spruzzare il medicinale sul volto e sui vestiti. I pidocchi erano dappertutto e soltanto dopo parecchi giorni di somministrazione sulle persone e dentro le case, siamo riusciti a debellare le pulci e gli altri insetti che infestavano il paese. Davanti ad ogni casa, scrivevamo il giorno, il mese e l’anno dell’avvenuta disinfestazione con il DDT. La gente ci ringraziava e ci regalava pane e formaggio. Quella fu la prima volta che vidi il pane nero di Africo. “U pani nigru”, lo chiamavano così, per via del colore dovuto alla miscela di varie farine. Ho portato alcune forme di quel pane, al medico sanitario di Bianco per farlo esaminare e lui mi disse che non aveva mai visto niente del genere.                                 

UMBERTO ZANOTTI BIANCO

Umberto Zanotti Bianco, senatore della Repubblica, visse per parecchio in Calabria. Nato nell’isola di Creta, da madre inglese e padre italiano, fu presidente dell’Animi, l’Associazione Nazionale per i diritti del Mezzogiorno d’Italia Al centro dell’attività di  Zanotti ci sono la scuola e l’istruzione. Umberto Zanotti Bianco arrivò ad Africo nel 1928. Con il suo intervento diretto, le sue denunce, le interrogazioni parlamentari, Africo ottenne un’attenuazione delle tasse sulle capre, una riduzione delle zone boschive e vincolate,  la sospensione della legge sui molini. Vito Teti, nel suo bellissimo libro”Il senso dei luoghi” scrive: “Ad Africo c’erano 10 mulini a palmenti e se la legge non fosse stata sospesa, bisognava trasportare il grano, all’unico mulino meccanico di Reggio Calabria, gravando così il prodotto in ferrovia e di più di 40 chilometri a dorso di mulo”. Zanotti prese a cuore la situazione di Africo e dopo molte sollecitazioni e interpellanze, il Genio Civile fece poi costruire una passerella sull’Aposcipo. Fu creato un asilo per l’infanzia ad Africo un e uno nella frazione di Casalinuovo. Oltre ad un ambulatorio dispensario nel centro maggiore. Attraverso la sua opera e il suo interessamento, nacquero centinaia di biblioteche popolari e scolastiche, istituti, circoli, corsi di cultura popolare. Dal 1921 al 1928, vennero create oltre duemila scuole serali e diurne, festive e ambulanti, per i figli dei pastori. Tutto questo, Zanotti lo scrisse nel suo libro “Tra la perduta gente”. “Cerco invano un perché a tanto penare, una giustificazione, uno scopo, a tanta assenza di bene: cerco invano di esaltarmi sognando la freschezza mattutina del mondo a venire,  pensando alla potenza dell’amore che saprà un giorno raggiungere anche questo angolo obliato della terra: ma le esalazioni di questa vita malata e dolorante  mi uccidono il sonno”. In una sua testimonianza, Francesco Favasuli disse che quando Zanotti Bianco partì da Africo, c’era tutta la gente del paese che si riversò per le viuzze, a salutarlo. Lui avanzava in mezzo a mani protese, persone che piangevano e lo ringraziavano per tutto quello che aveva fatto per loro. - Eccellenza, non ndi bandunati, - gli dicevano, - tornati, ca nui vi volimu beni, comu vui volistavu beni a nui. “C’è stata una tragedia ad Africo ed in tutto il Meridione,  ma non c’e’ stata denuncia, né  informazione. Tutto è sepolto sotto le macerie delle complicità e delle connivenze politiche. Africo non è che un microcosmo. Anche il giornalista Tommaso Besozzi, in un articolo dell’Europeo del 1948, definì la questione di Africo, una VERGOGNA NAZIONALE, per l’abbandono da parte dello Stato e di tutte le Istituzioni Democratiche”.

AFRICO 11 NOVEMBRE 2015,
NESSUNA VIA, NE’ UNA SCUOLA, NE’ UNA BIBLIORECA, SONO STATE INTITOLATE AD UMBERTO ZANOTTI BIANCO. 

L’ALLUVIONE

L’alluvione che dal 15  al 20 ottobre 1951 imperversò in tutta la provincia di Reggio Calabria,  danneggio più o meno gravemente 75 comuni, soprattutto il comune di Africo posto a 680 metri sul livello del mare. Franavano intere montagne, crollavano pietre, morivano le bestie, cadevano le case.  L’enorme frana che si abbatté su Africo, trascinò pietre, alberi, fango, rami, animali, case. Ci furono circa 60 famiglie sfollate  per un totale di circa 2970 persone. Nella sua testimonianza, Domenico Maviglia, classe 1925, dice: “Mentre ci passavano quei bambini, per poterli mettere in condizione di poter vedere, gli passavamo la mano sulla faccia per togliere il fango e l’acqua che avevano e li portavamo in salvo. Così facevamo come una catena di montaggio, uno lo passava all’altro che lo puliva e lo passava avanti e così abbiamo salvato tante vite umane”. In tutto, ci furono tre morti ad Africo e sei a Casalinuovo. L’esodo fu terribile e sconvolgente. Alcuni furono alloggiati nei “grandi alberghi” di Gambarie. Domenico Maviglia dichiara: - A Gambarie si scatenarono polmoniti a non finire e l’autoambulanza andava e veniva da Reggio. Gli altri centri di accoglienza furono: Trabocchetto a Reggio, scuole di Rosa Maltone ai Tre mulini altri a Villa San Giovanni, a Palmi e al Seminario di Seminara. Poi il Prefetto fece costruire delle baracche di legno a Condera. I tignanisi, in altre parole gli abitanti di Casalinuovo rimasero tredici anni al seminario di Bova Marina.  Era questo, una camerata enorme a forma di ferro di cavallo, con il tetto altissimo. Le famiglie erano accampate dentro stanze con pareti di compensato alte appena due metri. Si potevano ascoltare i discorsi, le eventuali liti, sentire gli odori, tutto. C’era un unico gabinetto alla turca senza nemmeno la chiave. Per andare a scuola, i ragazzi dovevano attraversare un fiume che d’inverno, quando c’erano le piogge, era impraticabile. Testimonianza di Santoro Maviglia. “Io ho cominciato la prima elementare a dieci anni. La popolazione era sempre in movimento. Da Africo fino a Gambarie, poi a Lazzaretto di Reggio Calabria e in seguito a Bova Marina dove ho potuto completare la scuola elementare. Mi ricordo che c’erano le baracche vicino al Seminario che era stato adibito ad abitazione per i profughi. La scuola si trovava fuori dal centro abitato. Tutte le mattine dovevamo attraversare un fiume che d’inverno quando pioveva, era impraticabile. In seguito, per frequentare le scuole medie e le superiori, ci si alzava alle cinque del mattino, si attraversava il fiume e in mezz’ora circa, arrivavamo alla stazione. Quando il torrente s’ingrossava per le piogge, dovevamo fare un largo giro e impiegavamo quasi un’ora prima di arrivare al treno che ci portava a Locri o Siderno. Da quelle scuole sono usciti tanti futuri laureati, con capacità anche eccellenti. Dottori, avvocati, farmacisti, ingegneri, tutti figli dell’alluvione.”
Un’altra cosa che mi è rimasta dentro, ricordando quegli anni è che io, nella scuola e fuori, mi sono sentito discriminato per il solo fatto di essere di Africo. Quando si parla del mio paese, si dice che è malavitoso. Un paese che ha avuto grossi problemi. Però, negli anni Settanta, era un paese culturalmente avanzato. C’era il Circolo Culturale, i giovani si occupavano di politica, e c’era unione tra la gente. Io credo che l’origine di tutti i problemi sia l’aver costruito un paese in un posto dove non c’era sviluppo economico e sociale e i giovani sono emigrati altrove, in cerca di un futuro che forse non c’è. La nuova Africo non portò pace e prosperità. L’unico paese italiano costruito in una terra che non gli apparteneva. Diviso in due blocchi etnici: Casalinuovo e Africo, diversi per cultura, tradizioni, lingua, religione. Un paese senza una piazza principale, diviso in due dalle baracche svedesi, che si trovavano dove adesso e' situata la villa comunale. L’otto dicembre 1955 arrivarono le prime famiglie ad abitare i primi dieci  alloggi Nel 1965 furono ultimati circa 300 alloggi popolari. Il nuovo paese non si rivelò una vera opportunità di prospettive. Sradicati dalla loro terra, in piena crisi d’identità, quelli che non trovavano lavoro cominciarono ad emigrare verso Milano, Torino o in Germania, Il 20 dicembre1953, L’Italia settentrionale si univa a quella meridionale grazie ad un treno che si chiamava “Freccia del Sud”, che percorreva 1496 km da Siracusa a Milano alla velocità di 72 km orari in 23 ore circa. Era il treno degli emigranti, figli del Sud che salivano sulle carrozze dirette a Roma, Milano e Torino, alla ricerca di un lavoro, per riscattarsi dalla miseria, dagli stenti, dalla fame.

ARTE, CULTURA, MUSICA, CINEMA
I PREPOTENTI

Ad Africo Nuovo, nel 1966, si affacciò alla ribalta nella locride il gruppo musicale “I prepotenti”. Il nome dato alla band era alquanto provocatorio nel senso che si voleva sfatare quel pregiudizio che descriveva gli Africesi come montanari. Per il paese fu una novità assoluta. Il successo fu rapido e immediato. Alla chitarra c’era Rocco Palamara che  compose la famosa sigla musicale che apriva i concerti. “ Ogni volta che salivamo sul palco e attaccavamo con la sigla, era un delirio di applausi e urla”. Racconta Rocco soddisfatto. La voce solista era di Tina Palamara, la figlia del Sindaco di allora. Successivamente si aggiunse alla band come cantante, Gianni Favasuli. Giuseppe Ferraro invece era addetto alla chitarra e accompagnamento mentre Leo Morabito era il batterista del gruppo. Al sax contralto c’era Giuseppe Maviglia al basso Antonio Palamara e alle tastiere Leo Bonsignore. Infine, qualche tempo dopo, si aggiunse come chitarrista, Franco Caminiti di Benestare. Nel 2013, ho contattato alcuni componenti del complesso I PREPOTENTI. Ho chiesto loro se si ricordavano la SIGLA con la quale ogni sera, aprivano i loro concerti. NESSUNO la ricordava, neanche Rocco che l’aveva composta. Io, che allora seguivo tutti i loro spettacoli, me la ricordavo molto bene e con l’aiuto del mio amico musicista Tony Fimognari, abbiamo recuperato la partitura musicale dopo quasi CINQUANT’ANNI.

In seguito sono stati pubblicati diversi libri, oltre a quello famoso e straordinario di Corrado Stajano, “Africo”.

AFRICO UNA STORIA MILLENARIA, di Bruno Palamara,
NOMI E COGNOMI sempre di Bruno Palamara,
AFRICO TERRA MIA Di Costantino Criaco,
AFRICO E I PAESI SPERDUTI di Costantino Romeo,
IL SENSO DEI LUOGHI di Vito Teti, che scrive diverse pagine su Africo,
SPAESATI di Antonella Tarpino, anche lei usa un capitolo intero su Africo Vecchio.
ANIME NERE di Gioacchino Criaco.
IL SALTOZOPPO di Gioacchino Criaco (appena uscito).

 AFRICO, L’IDEA CHE CI UNIVA

Locandina docufilm di Pietro CriacoE infine la ricostruzione di Africo a circa settanta chilometri dal sito originario. Senza un’identità, sradicati dalla loro terra, senza lavoro né prospettive, le cronache ci consegnano un popolo sofferente che non riesce ad integrarsi. Cominciano le lotte per l’occupazione, la costruzione della stazione, il diritto allo studio. Africo è un esempio per gli altri paesi in lotta. Gli scioperi, le manifestazioni di piazza sempre più numerose, la resistenza ai soprusi, alle cariche della polizia, danno di Africo l’idea di un paese unito e fermo nel portare avanti le proprie lotte. Nelle testimonianze dirette, le persone spiegano che quell’idea di unità e di azione comune, era dettata dal BISOGNO, “u bisognu”, dal livellamento delle classi sociali, e soprattutto per assicurare alle nuove generazioni una vita più dignitosa. Nel suo famoso libro “AFRICO”, Corrado Stajano scrive: “Non è una protesta individuale o di pochi fuorviati ma una protesta di massa. I cortei che passano per i viali di oleandri della costa jonica, sembrano modesti se confrontati ai cortei di quegli stessi anni delle città industriali. Ma ogni giovane con un cartello, uno striscione o uno slogan, rappresenta una famiglia, porterà a casa un altro modo di pensare, romperà schemi secolari di giudizio, riuscirà forse a far discutere e dubitare i padri e le madri a distoglierli dalla mentalità corrente ed è proprio per questo che l’autorità costituita teme più di ogni altra cosa”. Per non parlare delle intimidazioni verso chi si ribellava, il confino, il carcere preventivo, le perquisizioni, le schedature di chiunque cercava di smascherare il sistema clientelare, politico-mafioso.

MA NONOSTANTE TUTTO, IN QUEL PERIODO C’ERA UN’IDEA, UN’IDEA CHE CI UNIVA, CHE FORSE ANDAVA OLTRE LA LOTTA PER IL DIRITTO ALLO STUDIO, PER OTTENERE LA STAZIONE, PER AVERE NUOVI POSTI DI LAVORO.

UN’IDEA CHE FORSE ERA L’ANIMA DI UN POPOLO, UN POPOLO FERITO, CHE CERCAVA GIUSTIZIA.

Questi concetti e idee, sono contenuti nel mio docufilm: AFRICO, L’IDEA CHE CI UNIVA, proiettato in piazza ad Africo il 10 agosto 2015.

Promo 1 del Docufilm Promo 2 del Docufilm

 


 Altri cortometraggi e tracce audio dell'autore

Spot sulla dipendenza da gioco "L'amore vince dopo ogni cosa" Africu avanti
La lettera (tratto dal film "Terrarossa")  
 Traccia solo audio "Africo avanti"

e infine una poesia...

AFRICU NOVU

Africu è a me vita
A libertà di me penseri
esti a lotta chi cumbattu
cuntra a sta vita infami
Africu esti u sangu
chi mi scurri nte vini
esti u vinu cull’amici
è na stringiuta i manu cumm’e frati.

Africu è a chiarezza
chi vogghiju i ndaiu chi persuni
esti i cosi boni chi facimu
e chi apoi ndi raccuntamu.

Africu è l’allegria
chi mi portu ca chitarra e l’organettu
esti a terra, l’estati, i jiuri, a primavera
e i so’ puglia.

Africu esti a libertà
è nu mundu cusì cunfusu
chi so richiami sotterranei
e li so mani d’acciaiu forti
ma ti fa tremari,
ti fa tremari di strana cuntentizza
quando torni e menti pedi
nta li so strati cusì ssulati…

Africu esti a forza
chi ndi nasci dintra o cori
quando ndi spartimu i na fimmina
o nci giuramu grandi amuri
Africu è nu trenu nigru
e baligi chini i penseri,
è na fimmina chi spetta davanti a porta
cu nu cotraregliu mbrazza
e a sira si ricorda e spera
ca domani nu tornamu.

Amicu chi t’incuntr’ora
nda sti genti cusì strani
chi so magagni e i so problemi
ndi mbrazzamu e ndi basciamu
comu a du frati marpatuti,
ndi cuntamu li nostri storij
e parramu du paisi.

Pecchì Africu è l’infanzia
a nostra scola elementari
chi pedi nudi ammenz’e taij
a freccia, a fionda e i landeglij.
Esti u jocu i carba e i rria
di tignanisi e di fricazzani
esti i botti chi pigliavamo
nta guerra culla nostra banda
pecchì Africu
è un’idea chi non po’ moriri,
esti u patri, a mamma, u suli e a luna.

E nui chi simu spersi
pe strati du mundu
furtuna jimmu cercandu
e na strata bona da seguiri
nui chi patimmu e lottammu
cu forza e accanimentu
nui cu tanti idei i cambiamenti sociali
passammu tanti jiumari
chini i fatica e suduri,
nui, chi nostri occhij
i aquila i muntagna
cu cori ferutu
pe tanti marvagità
e tanti ingiustizij chi faci l’omu
nda sti grattaceli
I cimentu armatu
fummu allerta e ndi sarvammu
fummu forti
in ogni circostanza
e a galera, u spitali o li sventuri
non di trovaru mai impreparati.

Forsi pecchì nui ndebbamu radici forti,
l’acqua di jiumari e da tempesta,
i trona e i lampi du spaventu
chi nd’avvertiru:
aundi vai vai
non ti sperdiri mai
i dici attia stessu: SUGNU  D’AFRICU.